Mimmo Caruso ( Messina, 1954 ) PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Giovedì 10 Febbraio 2005 12:22

Mimmo Caruso θ nato a Messina 1954. Diplomato al Liceo Artistico di Cagliari, si occupa di fotografia dal 1974. Il nitore di un linguaggio fondato sulla moderna tradizione dello "straniamento" si individua subito nelle prime mostre (tra il 1981 e il 1983, "Photo 13, Cagliari; "Chironi 88, Nuoro) ...

Mimmo Caruso
 

Mimmo Caruso θ nato a Messina 1954. Diplomato al Liceo Artistico di Cagliari, si occupa di fotografia dal 1974. Il nitore di un linguaggio fondato sulla moderna tradizione dello "straniamento" si individua subito nelle prime mostre (tra il 1981 e il 1983, "Photo 13, Cagliari; "Chironi 88, Nuoro), per maturare nel tempo lungo una linea evolutiva di confortante coerenza, evidenziata in numerose occasioni espositive, tra cui risaltano per particolare importanza: "Ad Columnas. Antas e dintorni." Galleria Comunale d'Arte Moderna, Cagliari 1987; "La Memoire et les Images", Strasburgo 1989; "La fotografia a Cagliari. Dal fotogiornalismo alle nuove tendenze", Galleria Comunale d'Arte, Cagliari 1991; "Un occhio di riguardo", Aics,Cagliari 1993; "5 fotografi per un'isola", Bellinzona (Svizzera) 1996; "Hortus Artis", Orto Botanico di Cagliari, 1998. L'impegno nella ricerca trova inoltre applicazione pratica nell'ambito della comunicazione visiva, specie nell'area dell'editoria e della pubblicitΰ. Oltre a numerosissime fotografie per manifesti, libri e depliants, nel 1992 realizza la campagna pubblicitaria a stampa per "I.S.O.L.A."; nel 1994, le fotografie per il catalogo della tessitura I.S.O.L.A. ; nel 1995, con Nino Corona, le fotografie per il volume "Storie di Castello" edito dai "Lions Castello" di Cagliari.

 

Intervista

 

 

6 novembre 2001

 

Siamo in presenza di un dibattito di largo respiro sul ruolo della fotografia contemporanea, si stanno ponendo dei problemi vasti e di carattere anche filosofico. Infatti θ chiaro come non sia piω possibile analizzare la fotografia soltanto nella prospettiva e coi sistemi della tradizionale critica d'arte. La fotografia θ fortemente caratterizzata dall'elemento tecnico, essa non θ un prodotto concettuale, infatti quando si vuole realizzare una fotografia ci si rende conto che il mezzo tecnico ha comunque trasformato quello che si era pensato di realizzare, perchι l'uso dell'apparecchio ci condiziona in un modo, lo sviluppo della pellicola e poi della stampa in un altro, insomma, il risultato finale θ, in ogni caso, una cosa ben diversa rispetto alle aspettative iniziali: sempre e comunque! E' vero che conoscendo bene la tecnica ed il mezzo θ possibile in qualche modo poter prevedere il risultato finale, ma θ la realtΰ stessa che poi definisce l'immagine, ossia un prodotto in qualche modo autonomo rispetto all'intenzionalitΰ primigenia del fotografo, e non corrispondente all'idea di partenza. Partendo da questi presupposti θ ovvio che non si puς pretendere di fare una critica della fotografia sulla base classica dell'interpretazione tradizionale della storia dell'arte, anzi, θ giunto il momento di smetterla di idealizzare la fotografia, di esaltare quegli aspetti di luminescenza, di chiaroscuro, di proporzione che se possono avere un valore nella critica d'arte spesso appaiono forzatamente superficiali e non appropriati quando si parla di fotografia. E' ovvio poi che certi autori riescono a tirar fuori qualcosa di "artistico" tra virgolette, ma l'intento non puς e non deve ridursi all'adozione di espedienti tecnici piω o meno virtuosi, piω o meno "artistici", altrimenti spesso e volentieri la fotografia risulta falsa e banale.Cosμ come spesso risultano false e banali le recensioni di certi critici che analizzano i prodotti della fotografia utilizzando i parametri critici della storia dell'arte. Inoltre con l'avvento della fotografia digitale le tradizionali forme entrano fortemente in crisi, ed θ chiaro che sia gli autori che i critici dovranno rivedere globalmente il loro approccio con l'immagine.

Il mio interesse verso la fotografia risale ai miei studi di architettura, negli anni '70, quando frequentavo la Facoltΰ di Architettura a Roma e dovevo fare uno studio particolareggiato del Corviale, un quartiere romano. Allora comprai la mia prima Olympus OM1 proprio per documentare la realtΰ urbanistica e architettonica del quartiere. Erano gli anni della contestazione giovanile e benchθ non abbia mai fatto fotografie di reportages, non mi θ mai interessato fare fotografie alle persone o durante le manifestazioni, cercavo tuttavia nella fotografia anche la possibilitΰ di un discorso sul sociale, fatto perς di particolari, dettagli dell'ambiente sociale, dell'abitat umano, in particolar modo quello delle periferie urbane, del paesaggio, anzi, mi considero essenzialmente un fotografo di paesaggio. Le prime fotografie erano in bianco/nero, successivamente, per una questione di comoditΰ, per evitare le lunghe sedute in camera oscura, ma anche perchι il colore era divenuto piω congeniale al mio modo di concepire fotograficamente la realtΰ. Tuttavia la mia prima mostra personale, durante i primissimi anni '80, alla Galleria Photo13 di Cagliari, presentava ancora i miei lavori in b/n e una certa tendenza all'astrazione, e comunque i soggetti erano sempre quelli dell'architettura e del paesaggio, elementi che non vorrei separare, perchι personalmente considero l'architettura un elemento del paesaggio.Quelle prime esperienze, anche grazie ai positivi riscontri del pubblico e della critica, mi convinsero dell'opportunitΰ di insistere in questa attivitΰ e a tirar fuori tutta una serie di lavori che giΰ avevo fatto, ma che finora avevo tenuto nascosti nel cassetto.

In quegli anni, con le altre mostre e la pubblicazione di vari lavori, conobbi un entusiasmo che ormai, dopo tanti anni, si θ progressivamente spento, a causa del progressivo deteriorarsi sia del panorama editoriale che di quello espositivo, tanto che oggi ho qualche remora a fare delle mostre, a causa dei condizionamenti che organizzatori e critici spesso cercano di imporre. Inoltre le mie fotografie sono volutamente sempre meno accattivanti, contrariamente ai miei primi lavori, che ancora potevano prestarsi ad una lettura in questi termini, ma adesso non ho piω alcun interesse nel presentare delle immagini che abbiano una caratterizzazione cosμ marcatamente "estetica", in cui possa trionfare una certa accezione del "bello" comunemente inteso e che pertanto possa essere recepito da tutti; anzi, ormai non mi interessa proprio il fatto che le mie fotografie vengano necessariamente recepite, la cosa importante θ che siano funzionali al discorso che voglio fare, tutto il resto non mi interessa, cosμ come non mi interessa il campo della comunicazione, quella dei media, che hanno inflazionato la fotografia fino a trasformarla in qualcosa di banale e di falso. Quello che cerco di fare con le mie fotografie θ esattamente il contrario, cioθ uscire dai canoni stereotipi della comunicazione.

Per quanto riguarda i fotografi che mi hanno interessato posso dire che nel passato mi ha colpito il lavoro di Luigi Ghirri, per quanto riguarda l'Italia, e la migliore fotografia americana in genere, quella di Ansel Adams, Weston, ma poi essenzialmente quella di Robert Frank, di Freedlander e della nuova fotografia americana del paesaggio, che ha il vantaggio di avere grandi spazi aperti e un territorio, anche mentale, abbastanza vergine, mentre per noi europei θ probabilmente piω difficile accostarci al nostro paesaggio, paradossalmente credo che sia piω facile per noi europei fotografare il paesaggio americano che il contrario, perchι il nostro θ un territorio densamente stratificato dalla storia, perciς piω difficile da leggere, mentre per gli americani θ piω facile azzerare tutto e ripartire da capo in una nuova visione dello spazio e del territorio.

Invece prendi la fotografia che si fa ad esempio in Sardegna, regione in cui risiedo: qui vieni continuamente condizionato da una presunta idea di sarditΰ, da una fasulla concezione dell'identitΰ sarda che diventa un limite, una chiusura per nuove chiavi interpretative, per una nuova immagine del territorio, perchι la gente si aspetta di vedere "quella" Sardegna, ossia lo stereotipo che ha in testa e che secondo loro dovrebbe essere la "vera" Sardegna. Insomma, mi fa imbestialire il fatto che ad ogni costo si debba rappresentare il proprio territorio e lo si debba fare necessariamente in modo convenzionale, condizione indispensabile per essere accettato nel mondo dell'editoria e delle esposizioni. Queste sono cose contro cui ci si scontra continuamente, anche a livello pratico, soprattutto per quanto riguarda le mostre, anche in sedi pubbliche e ufficiali, dove maggiore dovrebbe essere la sensibilitΰ verso l'autonomia delle scelte dei fotografi e il rispetto per il loro lavoro. Questo θ uno dei problemi che ho incontrato piω spesso nel mio lavoro di fotografo e con il quale mi sono sempre dovuto scontrare, tanto che ormai programmaticamente, apposta, faccio esattamente il contrario di quello che mi viene richiesto. Insomma mi sono veramente stancato di quelli che antepongono il soggetto, come la Sardegna o l'importanza di certi VIP, come ha fatto anche recentemente qualche fotografo, alla fotografia stessa, condannandola ad un ruolo subalterno e marginale.

Ultimo aggiornamento Sabato 16 Aprile 2005 13:29
 
 
© 2010 museo della fotografia
Joomla! is Free Software released under the GNU General Public License.