| Sulla multimedialitΰ visuale del NeoRealismo |
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| Scritto da Administrator |
| Giovedì 06 Aprile 2006 05:57 |
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Il contributo seguente riunisce parti di testi e appunti elaborati da G. Pinna, Discorso sul Neorealismo visuale. Il Neorealismo come intermedialità, di imminente pubblicazione. Si ringrazia per la concessione.
![]() di GIUSEPPE PINNA Perché è ancora così poco e male conosciuto, anche fra i cosiddetti “addetti ai lavori”, il contributo fornito dalla fotografia alla causa di un momento così straordinario per la cultura italiana del Novecento come il Neorealismo? Perché le letture critiche che ad esso sono state fornite risultano così vaghe e insoddisfacenti, perlomeno a coloro che meno si accontentano di facili convenzioni interpretative, come ad esempio le romanzesche leggende riportate nella presentazione di una mostra del 2005 a Melun (“… una banda di giovani idealisti si lancia in una grande avventura umana e visuale, tentando di decifrare una realtà terribile e ambigua…”), prevalentemente ispirata al lavoro di Ennery Taramelli – Viaggio nell’Italia del Neorealismo. La fotografia tra letteratura e cinema, Torino 1995 - che non certo a torto continua a essere ritenuto il più compiuto sull’argomento? In proposito si potrebbero addurre varie ragioni, la maggior parte delle quali finirebbe per tirare in ballo il ritardo complessivo degli studi riguardanti la fotografia italiana fra gli anni Trenta e Sessanta del Novecento, ancora immaturi e con troppi pochi praticanti per potere tenere il passo, ad esempio, degli studi relativi alla letteratura, alla storia dell’arte o al cinema dello stesso periodo. Un ritardo che nei suoi aspetti più immediatamente percepibili si manifesta nell’eccessiva indefinitezza dell’intero corpus fotografico da considerare, sterminato e lontano dall’essere inventariato in modo anche solo parzialmente attendibile. (…) Con tutto ciò, dando per scontato che dovremmo conoscere di più del corpus complessivo per avere su di esso un’idea sufficientemente credibile, non è altrettanto consequenziale che l’aumento di queste conoscenze sia di per sé in grado di risolvere quanto ci si domanda nei due quesiti iniziali. Se anche ipotizzassimo una situazione ideale in cui avessimo sotto gli occhi tutto il disponibile, bisognerebbe comunque inquadrarlo in maniera criticamente avveduta. Invece è proprio su questo piano che sembrano emergere le maggiori carenze nel modo in cui viene comunemente interpretato il rapporto fra la fotografia e il Neorealismo, ancora più determinanti di quelle a cui si è precedentemente accennato. Manca ancora un terreno concettuale di riferimento che non risulti approssimativo e instabile, anche senza arrivare agli imbarazzanti exploit per i quali, ad esempio, c’è ancora qualcuno che considera Alberto Lattuada il “padre” della fotografia del Neorealismo, evidentemente non ritenendo contraddittorio il fatto che il regista di Giacomo l’idealista, “calligrafista” convinto come Mario Soldati, Renato Castellani, Luigi Chiarini, Ferdinando Poggioli, si sia astenuto dal voler fare un cinema di stretta osservanza neorealista (…). Troppo scarse, scadenti e oleografiche le informazioni complessive sul Neorealismo a cui si è fatto riferimento, adottato in sostanza come una categoria visuale genericissima e destoricizzata in cui poter ficcare dentro tutto ciò che poteva rispondere a un certo luogo comune. (…) Ci vorrebbe dell’immaginazione, leggendo la letteratura finora pubblicata sulla fotografia neorealista o presunta tale, per considerarla come ciò che invece fu davvero, fattore di imprescindibile rilievo all’interno dello stesso discorso praticato in primo luogo, e in modo ineguagliabile, dal cinema. Una constatazione, a suffragare l’impressione della “non indispensabilità”, sarebbe d’altronde immediata: la fotografia non ha avuto grandi nomi e opere capitali paragonabili anche lontanamente a quelle del cinema, i Rossellini di Roma città aperta e Paisà, i Visconti di Ossessione e La terra trema, i De Sica-Zavattini di Sciuscià e Ladri di biciclette, i De Santis di Riso amaro, e via dicendo, né in merito a un valore assoluto che criticamente fosse determinato anche dal senno di poi, né a uno relativo che a riguardo tenesse conto della doxa del tempo e dell’incidenza effettiva del loro operato sul presente di allora. (…) A ciò si aggiunga il fatto che le massime tangenze fra il cinema neorealista e la fotografia di “nomi”- individuali e collettivi - e di “stili” si sono verificate, senza peraltro che ciò invogliasse gli studiosi a dedurne le debite conseguenze, quando il primo aveva di fatto esaurito la sua stagione cruciale (1943-1953) e attraverso una manifestazione particolare quale la no fiction del cinema documentario, prolungandosi in anni nei quali la fiction neorealista di Ossessione, Roma città aperta, Paisà, Sciuscià e via dicendo era già diventata un ricordo. Non è certo Vittorio De Sica, ma semmai il Vittorio De Seta di cortometraggi come Vinni lu tempu de li pisci spata, Isole di fuoco, Sulfarara, Parabola d’oro (1955), il correlativo cinematografico più pertinente del Realismo lirico praticato da Pietro Donzelli, Fulvio Roiter, Alfredo Camisa, Piergiorgio Branzi, Nino Migliori, in misura diversa dal Gruppo di Spilimbergo, rinnovando in un’Italia popolare tutta da scoprire il sempre più sterile formalismo ispirato a Giuseppe Cavalli e al gruppo “La Bussola”, nazionale e solo moderatamente internazionalistico, fortemente ancorato alla contrapposizione idealistica fra ”arte” e “documento”. (…){mospagebreak title=2} Ma la fotografia, fortunatamente, è anche qualcosa di più vasto e socialmente importante di quanto non possano farci credere i “nomi” e gli “stili”, ovvero a ciò che si pone in relazione privilegiata con la sfera individualistica dell’espressione. La fotografia è concepibile in modo certamente non meno legittimo anche come mezzo, secondo una visione che ha regolarmente accompagnato le sue vicende storiche, anticipando l’ideologia “autoriale” e prevalendo a lungo su di essa fino a tempi recentissimi. In valenza di mezzo, la fotografia è quindi concepibile come funzione, comunicazione, rappresentazione, i tre termini-chiave che sintetizzano le modalità secondo le quali il Neorealismo ha guardato prevalentemente ad essa, non di rado prendendola a specifico modello per il raggiungimento di determinati intenti. (…) Non bisognerebbe mai dimenticare che durante il decennio “d’oro” del cinema neorealista la considerazione di una fotografia italiana dei “nomi” e degli “stili”, finalmente al passo con le altri arti visive, era cosa che poteva interessare solo cerchie estremamente ristrette di appassionati, vere e proprie “sette” non solo di fronte alle masse che erano solite riempire le sale cinematografiche, ma anche rispetto al pubblico più colto che si organizzava attorno ai circoli cinematografici. (…) Ben diversa era la percezione che si poteva avere della fotografia come funzione, comunicazione, rappresentazione, che ormai invadeva in grande quantità le case, le strade, i luoghi pubblici, le abitudini vecchie e nuove degli italiani. (…) E’ questa fotografia senza “nomi” e senza “stili”, prima ancora che apparisse all’orizzonte il nome di Strand, che invischia e affascina un preciso punto di riferimento del Neorealismo quale Cesare Zavattini, per quanto potesse essere considerato tale un libero pensatore così poco votato alla sistematicità, disposto anzi a ribaltare qualunque verità assodata, a partire da quelle su sé stesso, con un compiacimento riferibile alla vecchia inclinazione surrealista. Vale la pena, per cercare di chiarire meglio il discorso, fare una digressione in proposito. Amore in città (1953), film a episodi per le regie di Lizzani, Risi, Antonioni, Fellini, Maselli e Lattuada, adotta una singolare, simbolica “forma-rotocalco”, con le singole cronache d’attualità che vengono sfogliate anche visivamente come pagine di un fotogiornale illustrato.(…) E’ un tentativo con cui Zavattini si sforza di far coagulare una chiara identità espressiva da contrapporre alla genericità del Neorealismo in quanto “bandiera”, come lui stesso lo definiva, esponendo in maniera quasi didattica dei principi di metodo che a ben vedere il Neorealismo non si era ancora voluto dare in modo davvero uniforme, in questo senso non facendo troppi passi in avanti da quando Visconti, nel 1943, aveva coniato il termine “antropomorfico” per definire un nuovo cinema fondato sul confronto diretto con le “storie degli uomini vivi, vivi nelle cose…”, non mediate da altro se non dal riscontro diretto di ciò che si vede, in ambienti in cui la sola presenza umana fosse in grado di assegnare “poesia e vibrazione” a ciò in cui essa agisce. Il progetto editoriale in cui Amore in città si inserisce è il “Documento Mensile” di Riccardo Ghione, poi convertito con Marco Ferreri in un semestrale chiamato “Lo spettatore”. (…) Il progetto di Ghione incontra varie difficoltà economiche e nei primi due numeri di “Documento mensile” finiscono per essere inclusi, con gli Appunti di Visconti e le Note di De Sica, solo La funivia di Faloria di Antonioni e Prurito di Carlo Levi. Con Amore in città, dopo due anni abbondanti di pausa, il cambiamento dalla dimensione del “Documento mensile” a quella della rivista cinematografica “Lo spettatore” è evidente: il modello giornalistico a cui a guardare non è più la nota del quotidiano, letterariamente forbita come una prosa d’arte, ma il rotocalco popolare. Zavattini, non dimentichiamolo, era stato l’uomo attorno al quale era ruotata l’operazione editoriale che aveva dato vita a “Tempo” (1939-1943), il maggiore rotocalco italiano dell’epoca fascista, rimasto di riferimento tecnico anche per molti di quelli del Dopoguerra.(…){mospagebreak title=3}
Perché Zavattini, pensando a Amore in città, pensa al fotogiornalismo del rotocalco? Perché ritiene che la sua fotografia, non in quanto “nomi” o “stili”, ma in quanto mezzo, determini di per sé un certo tipo di rappresentazione. Nella fattispecie, questo tipo di rappresentazione possiede molti dei caratteri basilari che Zavattini riconosce a quella derivabile dal “pedinamento”, il metodo che egli teorizza e che cerca di mettere in pratica in un episodio di Amore in città, Storia di Caterina, co-diretto insieme al quasi esordiente Citto Maselli. Caterina Rigoglioso era la protagonista di un reale fatto di cronaca, finito sui rotocalchi: abbandonata dall’amante, la domestica siciliana era stata costretta ad abbandonare la figlia neonata, nei giardini di una strada romana, non prima di essersi assicurata che qualche passante provvedesse ad assistere la bambina. Zavattini ricorre alla Rigoglioso in persona per farle replicare davanti alla cinepresa la situazione che aveva vissuto.(…) In sostanza, il “pedinamento” si concretizza in una simulazione in cui si rivivono situazioni “esattamente come erano successe dal vero”, assoggettando l’uso del mezzo meccanico alla ripresa analitica dei movimenti di coloro che tale azione simulano. (…) E’ praticamente la stessa cosa che fa Franco Pinna, uno dei pochi fotografi per i quali la mia personale cognizione di causa permette di dire che abbia praticato esperienze inquadrabili entro istanze fra le più strettamente neorealistiche in assoluto, quando, al seguito dell’antropologo Ernesto De Martino, documenta alcune tipiche ritualità della Lucania (1956) e del Salento (1959). (…) Sono congiunzioni come queste che ci fanno intravedere il Neorealismo visuale nella sua idea più ampia e totalizzante, al di là delle singole biografie, delle individualità, delle somiglianze di superficie, secondo piani di confronto che inizialmente non potrebbero non essere linguistici, in grado di assegnare concretezza tangibile a dei rapporti fra cinema e fotografia che finora sono stati affrontati all’insegna di una prevalente banalità, facendo leva sulla forza persuasiva di certi stereotipi. La liasion cinema-fotografia che ha appena coinvolto Zavattini e Pinna può essere benissimo allargata a altre esperienze. Delle documentazioni di Pinna sul “gioco della falce” a S. Giorgio Lucano e il tarantismo in Salento (1959), esistono corrispettivi cinematografici in documentari rispettivamente di Lino Del Fra (La passione del grano, 1960) e Gianfranco Mingozzi (La taranta, 1962). (…) {mospagebreak title=4}
Ma la fotografia, fortunatamente, è anche qualcosa di più vasto e socialmente importante di quanto non possano farci credere i “nomi” e gli “stili”, ovvero a ciò che si pone in relazione privilegiata con la sfera individualistica dell’espressione. La fotografia è concepibile in modo certamente non meno legittimo anche come , secondo una visione che ha regolarmente accompagnato le sue vicende storiche, anticipando l’ideologia “autoriale” e prevalendo a lungo su di essa fino a tempi recentissimi. In valenza di mezzo, la fotografia è quindi concepibile come , , , i tre termini-chiave che sintetizzano le modalità secondo le quali il Neorealismo ha guardato prevalentemente ad essa, non di rado prendendola a specifico modello per il raggiungimento di determinati intenti. (…) Non bisognerebbe mai dimenticare che durante il decennio “d’oro” del cinema neorealista la considerazione di una fotografia italiana dei “nomi” e degli “stili”, finalmente al passo con le altri arti visive, era cosa che poteva interessare solo cerchie estremamente ristrette di appassionati, vere e proprie “sette” non solo di fronte alle masse che erano solite riempire le sale cinematografiche, ma anche rispetto al pubblico più colto che si organizzava attorno ai circoli cinematografici. (…) Ben diversa era la percezione che si poteva avere della fotografia come , , , che ormai invadeva in grande quantità le case, le strade, i luoghi pubblici, le abitudini vecchie e nuove degli italiani. (…) E’ questa fotografia senza “nomi” e senza “stili”, prima ancora che apparisse all’orizzonte il nome di Strand, che invischia e affascina un preciso punto di riferimento del Neorealismo quale Cesare Zavattini, per quanto potesse essere considerato tale un libero pensatore così poco votato alla sistematicità, disposto anzi a ribaltare qualunque verità assodata, a partire da quelle su sé stesso, con un compiacimento riferibile alla vecchia inclinazione surrealista. Vale la pena, per cercare di chiarire meglio il discorso, fare una digressione in proposito. Amore in città (1953), film a episodi per le regie di Lizzani, Risi, Antonioni, Fellini, Maselli e Lattuada, adotta una singolare, simbolica “forma-rotocalco”, con le singole cronache d’attualità che vengono sfogliate anche visivamente come pagine di un fotogiornale illustrato.(…) E’ un tentativo con cui Zavattini si sforza di far coagulare una chiara identità espressiva da contrapporre alla genericità del Neorealismo in quanto “bandiera”, come lui stesso lo definiva, esponendo in maniera quasi didattica dei principi di metodo che a ben vedere il Neorealismo non si era ancora voluto dare in modo davvero uniforme, in questo senso non facendo troppi passi in avanti da quando Visconti, nel 1943, aveva coniato il termine “antropomorfico” per definire un nuovo cinema fondato sul confronto diretto con le “storie degli uomini vivi, vivi nelle cose…”, non mediate da altro se non dal riscontro diretto di ciò che si vede, in ambienti in cui la sola presenza umana fosse in grado di assegnare “poesia e vibrazione” a ciò in cui essa agisce. Il progetto editoriale in cui Amore in città si inserisce è il “Documento Mensile” di Riccardo Ghione, poi convertito con Marco Ferreri in un semestrale chiamato “Lo spettatore”. (…) Il progetto di Ghione incontra varie difficoltà economiche e nei primi due numeri di “Documento mensile” finiscono per essere inclusi, con gli Appunti di Visconti e le Note di De Sica, solo La funivia di Faloria di Antonioni e Prurito di Carlo Levi. Con Amore in città, dopo due anni abbondanti di pausa, il cambiamento dalla dimensione del “Documento mensile” a quella della rivista cinematografica “Lo spettatore” è evidente: il modello giornalistico a cui a guardare non è più la nota del quotidiano, letterariamente forbita come una prosa d’arte, ma il rotocalco popolare. Zavattini, non dimentichiamolo, era stato l’uomo attorno al quale era ruotata l’operazione editoriale che aveva dato vita a “Tempo” (1939-1943), il maggiore rotocalco italiano dell’epoca fascista, rimasto di riferimento tecnico anche per molti di quelli del Dopoguerra.(…) Perché Zavattini, pensando a Amore in città, pensa al fotogiornalismo del rotocalco? Perché ritiene che la sua fotografia, non in quanto “nomi” o “stili”, ma in quanto mezzo, determini di per sé un certo tipo di rappresentazione. Nella fattispecie, questo tipo di rappresentazione possiede molti dei caratteri basilari che Zavattini riconosce a quella derivabile dal “pedinamento”, il metodo che egli teorizza e che cerca di mettere in pratica in un episodio di Amore in città, Storia di Caterina, co-diretto insieme al quasi esordiente Citto Maselli. Caterina Rigoglioso era la protagonista di un reale fatto di cronaca, finito sui rotocalchi: abbandonata dall’amante, la domestica siciliana era stata costretta ad abbandonare la figlia neonata, nei giardini di una strada romana, non prima di essersi assicurata che qualche passante provvedesse ad assistere la bambina. Zavattini ricorre alla Rigoglioso in persona per farle replicare davanti alla cinepresa la situazione che aveva vissuto.(…) In sostanza, il “pedinamento” si concretizza in una simulazione in cui si rivivono situazioni “esattamente come erano successe dal vero”, assoggettando l’uso del mezzo meccanico alla ripresa analitica dei movimenti di coloro che tale azione simulano. (…) E’ praticamente la stessa cosa che fa Franco Pinna, uno dei pochi fotografi per i quali la mia personale cognizione di causa permette di dire che abbia praticato esperienze inquadrabili entro istanze fra le più strettamente neorealistiche in assoluto, quando, al seguito dell’antropologo Ernesto De Martino, documenta alcune tipiche ritualità della Lucania (1956) e del Salento (1959). (…) Sono congiunzioni come queste che ci fanno intravedere il Neorealismo visuale nella sua idea più ampia e totalizzante, al di là delle singole biografie, delle individualità, delle somiglianze di superficie, secondo piani di confronto che inizialmente non potrebbero non essere linguistici, in grado di assegnare concretezza tangibile a dei rapporti fra cinema e fotografia che finora sono stati affrontati all’insegna di una prevalente banalità, facendo leva sulla forza persuasiva di certi stereotipi. La liasion cinema-fotografia che ha appena coinvolto Zavattini e Pinna può essere benissimo allargata a altre esperienze. Delle documentazioni di Pinna sul “gioco della falce” a S. Giorgio Lucano e il tarantismo in Salento (1959), esistono corrispettivi cinematografici in documentari rispettivamente di Lino Del Fra (La passione del grano, 1960) e Gianfranco Mingozzi (La taranta, 1962). (…) C’è ancora da dire qualcosa su Amore in città. Un altro episodio, Gli italiani si voltano di Lattuada, pratica il “pedinamento” in un modo tecnicamente più evidente e raffinato di quanto non succeda nella Storia di Caterina di Maselli-Zavattini. (…) Che la maggioranza degli studiosi di fotografia trascuri il fatto che la nota, omonima serie di Mario De Biasi dietro l’ondeggiante camminata di Moira Orfei (1954) sia gemella del cortometraggio di Lattuada la dice lunga sulla prevalente banalità di cui ho detto sopra. Chiudiamo la parentesi, torniamo ai due “pedinamenti” di Amore in città; ebbene, i risultati a cui pervengono sono completamente diversi, sebbene anche quello di Lattuada risponda a uno “zavattinismo” di fondo (la casualità degli aspetti minuti della vita quotidiana come fonte d’origine di una narrazione atipica, aberrata, in un certo senso “anti-narrativa”; i movimenti di macchina assoggettati a quelli dei “pedinati”). Da cinefilo, Lattuada ha bene in mente la Kino-Pravda (“cine-verità”) e il Kinoglaz (“cineocchio”) di Dziga Vertov, non certo sgraditi a Zavattini, ma anche l’“occhio di vetro” di Leo Longanesi, altra figura di fondamentale importanza per il nostro fotogiornalismo, che occupandosi di cinema aveva finito per fornire una versione italianizzata e “strapaesizzata” delle idee del cineasta sovietico. (…) In sostanza, Lattuada torna a fare “elzeviri, terza pagina”, prosa d’arte in pellicola, distante dall’oggettività pre-artistica del “rotocalco popolare” di Zavattini. Dal punto di vista visuale, il suo più attinente contesto di riferimento è “Il Mondo” di Mario Pannunzio, settimanale liberale, colto, borghese, graficamente impostato secondo un’estetica rétro da “bel giornale”, in cui la fotografia d’ambientazione “stradale”, partita dall’“Omnibus” di Longanesi (1937-1939) e riciclata in “Oggi” (1939-1942, direttori Arrigo Benedetti e Pannunzio), stava trovando proprio in quegli anni il principale spazio d’accoglimento e di promozione, anche se rimanendo rigorosamente non autoriale. Lattuada, malgrado fosse stato collaboratore di Zavattini in “Tempo”, aveva già dimostrato nel libro Occhio quadrato (1941) il suo debito nei confronti del calligrafico realismo di quella fotografia, diretta emanazione dell’ “Italia minore” e della “vita degli anonimi” di Longanesi, il cui colorito repertorio di circhi, teatri all’aperto, mercati e bancarelle aveva circoscritto una specifica via nazionale alla fotografia, fra le prime in assoluto, molto più influente di quella americana (Walker Evans in primo luogo) che pure poteva essere avvertita. Dunque anche il “pedinamento”, ovvero una delle nozioni teoricamente più compiute prodotte dal Neorealismo, non riesce a generare univocità fra gli uomini coinvolti nella sua temperie, a conferma di una cronica pluridirezionalità espressiva che è prima di tutto diversità di formazioni culturali e professionali, di visioni sociali e politiche, di concezioni dell’arte e della comunicazione. (…). Credo che anche la digressione appena conclusa possa farci prendere atto di una conseguenza non di poco conto relativamente alle questioni che l’avevano preceduta: la comprensione del rapporto fra fotografia e il Neorealismo diventa più approfondita quanto più ci si allontana dai binari prevalentemente adottati da coloro che finora hanno maggiormente scritto la storia della fotografia italiana. In questa storia, la fotografia percorre idealisticamente una grande via maestra, non senza che nella sua individuazione si colga un certo qual “interessamento diretto” degli stessi storiografi: il graduale conseguimento prima, il rafforzamento poi, dello status artistico, tanto più difficile da conseguire in una terra come l’Italia che rimaneva ancora legata al culto della propria arte “tradizionale”, la pittura e la scultura in primo luogo. Se il cinema era riuscito prima nell’impresa, era probabilmente per la spiccata “artificiosità” di quella che divenne subito la sua forma più canonica, il film “montato”, e di contesti d’impiego (lo spettacolo) più favorevoli di quanto non potessero essere quelli fotografici, molto più assimilabili, e in senso sfavorevole per via del valore limitativo che veniva normalmente attribuito al mezzo meccanico, a quelli dell’arte “tradizionale”. L’“interessamento diretto” a cui si è accennato va constatato nel fatto che la medesima via maestra dello status artistico, e non sarebbe potuto essere altrimenti, era stata battuta da molti di questi storiografi anche in veste di fotografi e/o critici, a partire da quello che va ritenuto il maggiore di loro, il comunque benemerito Italo Zannier. Pensare alla fotografia del Neorealismo privilegiando i concetti di funzione, comunicazione, rappresentazione, vuol dire non solo immetterla in una via maestra non coincidente con quella prevalente appena indicata, ma porla storicamente in continuità con quella che per prima ha esaltato in Italia certi fattori, coinvolta com’era in un progetto propagandistico multimediale, si direbbe con terminologia attuale, che Laura Malvano e altri storici hanno efficacemente definito “politica dell’immagine”: la fotografia del regime fascista. (…) Esiste dunque un passo obbligato che la storiografia fotografica non ha ancora compiuto e che trova difficoltà a compiere pienamente, anche perché ciò comporterebbe la presa di coscienza di quanto le visioni sul tipo della fotografia “liberale”, con l’individualità del “fotografo-testimone” a giocare un ruolo centrale, possano contenere al proprio interno più di un elemento contraddittorio. In proposito, abbastanza chiarificatore è il modo con cui Zannier, un decennio dopo aver ritenuto l’illiberale fotografia fascista una “non-fotografia”, commenta la trionfante presenza di fotografia nella Mostra della Rivoluzione Fascista, nel decennale dalla Marcia su Roma (1932), punto di svolta non solo nel mutamento delle strategie comunicative del fascismo, ma anche nella considerazione generale della fotografia in Italia: “… uno sforzo che trovò una risposta soprattutto a livello di ‘regia’ nell’indifferenza, invece, degli operatori esecutivi …” (Storia della fotografia italiana, Bari 1986, p.256). (…) Così la comunicazione visiva della fotografia, che fino all’epoca pre-fascista aveva avuto una portata piuttosto ridotta anche perché di prerogativa di ceti sufficientemente abbienti e colti, diventa una lingua per gli occhi e per le menti, una biblia pauperum a cui il fascismo affida il riscatto di un’Italia profondamente arretrata, dei dialetti e dal localismo assai pronunciato, lontana dal concepire una cultura nazionale unitaria. (…) E’ una svolta decisiva da cui non si sarebbe più tornati indietro, tanto meno col Neorealismo, anche se ovviamente perseguendo obiettivi politici e sociali profondamente differenti da quelli del fascismo. Il Neorealismo è fenomeno prettamente multimediale. E’ il regime fascista, come è ormai noto a tutti all’infuori degli studiosi di fotografia, a determinare gran parte delle principali condizioni sociali e culturali che fanno da sfondo al Neorealismo. Una delle maggiori novità introdotte dalla propaganda fascista, causando una notevolissima accelerazione nel processo di modernizzazione della società nazionale che le permette di non perdere troppa distanza dalle più evolute società estere, sta nell’aver concepito per la prima volta gli italiani come dei fruitori multimediali. (…) E in effetti, dopo quel decisivo 1932, gli italiani si trovano in massa a vedere i film, i cinegiornali, i giornali illustrati, le mostre, a sentire la radio, a leggere i libri e i quotidiani quando erano alfabetizzati, a vedere le mostre d’arte e gli spettacoli teatrali o a sentire i concerti di musica classica quando erano colti, come mai avevano fatto prima. (…) Tutto doveva concorrere a fare in modo che all’ideologia fascista, interiorizzata e diventata “vita stessa degli italiani”, corrispondesse anche uno “stile di vita”, come recitava nel 1933 la più consapevole e organica teoria dell’arte fascista, il Manifesto della pittura murale di Mario Sironi. In generale, è la medialità visuale, per la sua capacità di rivolgersi anche a masse di analfabeti o semi-analfabeti, come lo erano la stragrande maggioranza degli italiani, ad assumere una funzione privilegiata in questo obiettivo del perseguimento dello “stile di vita” collettivo. Per meglio dire, la medialità visuale di massa, quella del cinema e della fotografia in primo luogo, differente dalla medialità visuale colta, quella dell’arte, che con Sironi aveva comunque capito che i tempi erano cambiati e che era necessario stabilire un’alleanza fra architettura e arti figurative per svolgere nuove funzioni civili a dimensione di massa, contro la “concezione individualistica dell’arte per l’arte”, usando ancora le parole del Manifesto della pittura murale. (…) In virtù di questo programma, avviene una novità straordinaria nella storia della cultura italiana. Per tradizione, la letteratura veniva considerata in Italia l’espressione più significativa delle attività culturali, molto più di quella artistica che solo da poco tempo aveva conseguito il riconoscimento della dignità intellettuale, e non ancora in modo del tutto univoco, o di quella scientifica, da sempre pregiudizialmente penalizzata dal confronto con le discipline umanistiche. Il fascismo rimescola le carte in tavola, imponendo nuove gerarchie di valori. E’ impressionante, rispetto alle abitudini della cultura italiana, il modo dirompente con cui i maggiori protagonisti del cinema neorealista, tutti formatisi in epoca fascista, prendono coscienza di questo sostanziale primato culturale che viene attribuito alla medialità visuale di massa. (…) E’ vero che il modello letterario (Verga per i giovani che si muovono attorno alla rivista “Cinema”, come Giuseppe De Santis, Luchino Visconti, Gianni Puccini, Mario Alicata, Antonio Pietrangeli, Carlo Lizzani; Cain e il romanzo americano per Ossessione, Bartolini per Ladri di biciclette, tanto per elencare alcuni dei casi più noti) non manca certo di suggestionare quello che vuole essere il nuovo cinema italiano, non meno dei grandi modelli della cinematografia estera. E’ altrettanto vero che in quegli stessi anni, 1941-1943, i già nominati “calligrafi” sentano in modo impellente la necessità del riferimento alla buona letteratura per fare un cinema che possa dirsi culturalmente qualificato, costituendo, se non proprio un’alternativa, almeno un filtro correttivo alle poetiche più oggettive e innovative del Neorealismo. Ma si tratta, in mancanza di grandi modelli cinematografici nazionali a cui guardare, di scelte quasi obbligate. Oltre quelle, rimane a disposizione solo la dimensione pre-letteraria e in certo senso anti-letteraria del “cinema antropomorfico” di Visconti. E’ un ricominciare daccapo senza potersi coprire le spalle con appoggi culturali troppo rassicuranti, ma è davvero un nuovo modo di rappresentare il mondo. Il nesso di comunanza fra cinema e fotografia all’interno della vicenda neorealista, manifestatosi secondo un rapporto che potrebbe essere efficacemente definito di “fratellanza”, va dunque fatto risalire a ragioni più profonde e strutturali di quanto non sia stato fatto finora. La visione nettamente prevalente nel modo di interpretare questa comunanza si è accontentata di valutare le analogie di superficie nei caratteri generali, talvolta generalissimi, che le rappresentazioni fornite da cinema e fotografia hanno espresso. In sostanza, si può dire tranquillamente che venga ritenuta neorealista qualunque fotografia capace di condividere con il cinema neorealista coevo o - nella maggioranza dei casi - successivo una vaga connotazione ambientale per la quale si è privilegiato rappresentare determinati contesti sociali di natura popolare (campagne e quartieri cittadini proletari, contadini, operai, artigiani, pescatori, minatori, ceti meno abbienti in genere, nella fisicità dei loro rappresentanti, singoli o in massa, come nelle loro abitudini ordinarie). {mospagebreak title=5}
Esiste dunque un passo obbligato che la storiografia fotografica non ha ancora compiuto e che trova difficoltà a compiere pienamente, anche perché ciò comporterebbe la presa di coscienza di quanto le visioni sul tipo della fotografia “liberale”, con l’individualità del “fotografo-testimone” a giocare un ruolo centrale, possano contenere al proprio interno più di un elemento contraddittorio. In proposito, abbastanza chiarificatore è il modo con cui Zannier, un decennio dopo aver ritenuto l’illiberale fotografia fascista una “non-fotografia”, commenta la trionfante presenza di fotografia nella Mostra della Rivoluzione Fascista, nel decennale dalla Marcia su Roma (1932), punto di svolta non solo nel mutamento delle strategie comunicative del fascismo, ma anche nella considerazione generale della fotografia in Italia: “… uno sforzo che trovò una risposta soprattutto a livello di ‘regia’ nell’indifferenza, invece, degli operatori esecutivi …” (, Bari 1986, p.256). (…) Così la visiva della fotografia, che fino all’epoca pre-fascista aveva avuto una portata piuttosto ridotta anche perché di prerogativa di ceti sufficientemente abbienti e colti, diventa una lingua per gli occhi e per le menti, una a cui il fascismo affida il riscatto di un’Italia profondamente arretrata, dei dialetti e dal localismo assai pronunciato, lontana dal concepire una cultura nazionale unitaria. (…) E’ una svolta decisiva da cui non si sarebbe più tornati indietro, tanto meno col Neorealismo, anche se ovviamente perseguendo obiettivi politici e sociali profondamente differenti da quelli del fascismo. Il Neorealismo è fenomeno prettamente multimediale. E’ il regime fascista, come è ormai noto a tutti all’infuori degli studiosi di fotografia, a determinare gran parte delle principali condizioni sociali e culturali che fanno da sfondo al Neorealismo. Una delle maggiori novità introdotte dalla propaganda fascista, causando una notevolissima accelerazione nel processo di modernizzazione della società nazionale che le permette di non perdere troppa distanza dalle più evolute società estere, sta nell’aver concepito per la prima volta gli italiani come dei . (…) E in effetti, dopo quel decisivo 1932, gli italiani si trovano in massa a vedere i film, i cinegiornali, i giornali illustrati, le mostre, a sentire la radio, a leggere i libri e i quotidiani quando erano alfabetizzati, a vedere le mostre d’arte e gli spettacoli teatrali o a sentire i concerti di musica classica quando erano colti, come mai avevano fatto prima. (…) Tutto doveva concorrere a fare in modo che all’ideologia fascista, interiorizzata e diventata “vita stessa degli italiani”, corrispondesse anche uno “stile di vita”, come recitava nel 1933 la più consapevole e organica teoria dell’arte fascista, il di Mario Sironi. In generale, è la medialità visuale, per la sua capacità di rivolgersi anche a masse di analfabeti o semi-analfabeti, come lo erano la stragrande maggioranza degli italiani, ad assumere una funzione privilegiata in questo obiettivo del perseguimento dello “stile di vita” collettivo. Per meglio dire, la medialità visuale di massa, quella del cinema e della fotografia in primo luogo, differente dalla medialità visuale colta, quella dell’arte, che con Sironi aveva comunque capito che i tempi erano cambiati e che era necessario stabilire un’alleanza fra architettura e arti figurative per svolgere nuove funzioni civili a dimensione di massa, contro la “concezione individualistica dell’arte per l’arte”, usando ancora le parole del . (…) In virtù di questo programma, avviene una novità straordinaria nella storia della cultura italiana. Per tradizione, la letteratura veniva considerata in Italia l’espressione più significativa delle attività culturali, molto più di quella artistica che solo da poco tempo aveva conseguito il riconoscimento della dignità intellettuale, e non ancora in modo del tutto univoco, o di quella scientifica, da sempre pregiudizialmente penalizzata dal confronto con le discipline umanistiche. Il fascismo rimescola le carte in tavola, imponendo nuove gerarchie di valori. E’ impressionante, rispetto alle abitudini della cultura italiana, il modo dirompente con cui i maggiori protagonisti del cinema neorealista, tutti formatisi in epoca fascista, prendono coscienza di questo sostanziale primato culturale che viene attribuito alla medialità visuale di massa. (…) E’ vero che il modello letterario (Verga per i giovani che si muovono attorno alla rivista “Cinema”, come Giuseppe De Santis, Luchino Visconti, Gianni Puccini, Mario Alicata, Antonio Pietrangeli, Carlo Lizzani; Cain e il romanzo americano per , Bartolini per , tanto per elencare alcuni dei casi più noti) non manca certo di suggestionare quello che vuole essere il nuovo cinema italiano, non meno dei grandi modelli della cinematografia estera. E’ altrettanto vero che in quegli stessi anni, 1941-1943, i già nominati “calligrafi” sentano in modo impellente la necessità del riferimento alla buona letteratura per fare un cinema che possa dirsi culturalmente qualificato, costituendo, se non proprio un’alternativa, almeno un filtro correttivo alle poetiche più oggettive e innovative del Neorealismo. Ma si tratta, in mancanza di grandi modelli cinematografici nazionali a cui guardare, di scelte quasi obbligate. Oltre quelle, rimane a disposizione solo la dimensione pre-letteraria e in certo senso anti-letteraria del “cinema antropomorfico” di Visconti. E’ un ricominciare daccapo senza potersi coprire le spalle con appoggi culturali troppo rassicuranti, ma è davvero un nuovo modo di rappresentare il mondo. Il nesso di comunanza fra cinema e fotografia all’interno della vicenda neorealista, manifestatosi secondo un rapporto che potrebbe essere efficacemente definito di “fratellanza”, va dunque fatto risalire a ragioni più profonde e strutturali di quanto non sia stato fatto finora. La visione nettamente prevalente nel modo di interpretare questa comunanza si è accontentata di valutare le analogie di superficie nei caratteri generali, talvolta generalissimi, che le rappresentazioni fornite da cinema e fotografia hanno espresso. In sostanza, si può dire tranquillamente che venga ritenuta neorealista qualunque fotografia capace di condividere con il cinema neorealista coevo o - nella maggioranza dei casi - successivo una vaga connotazione ambientale per la quale si è privilegiato rappresentare determinati contesti sociali di natura popolare (campagne e quartieri cittadini proletari, contadini, operai, artigiani, pescatori, minatori, ceti meno abbienti in genere, nella fisicità dei loro rappresentanti, singoli o in massa, come nelle loro abitudini ordinarie). Quello “ambientale” è un metro elementare e certamente poco sofisticato, per quanto non del tutto immotivato (non c’è dubbio che il Neorealismo sia anche rappresentazione di determinati contesti, e non certo in sottordine, come si chiarirà più avanti), che finisce per postulare l’autodeterminazione delle due discipline nell’aver perseguito certi intenti espressivi, come se essi fossero stati liberamente individuati e condivisi per via di un’“interna” e spontanea riflessione di tipo ideologico-formale che non tenesse conto di altre ragioni al di fuori di quelle puramente espressive. (…) Se c’è un piano che più di ogni altro potrebbe dimostrare l’inadeguatezza del parametro “ambientale” nel connotare il rapporto fra la fotografia italiana e il Neorealismo, prima ancora di addentrarci nel dettaglio delle questioni affrontate da questo contributo, è il confronto con la rappresentazione complessiva dell’Italia che negli stessi anni hanno fornito i fotografi stranieri. Se ci attenessimo alla superficie, bisognerebbe ammettere che i fotografi stranieri – in altre occasioni si affronterà nello specifico l’argomento, qui accennato al minimo per comodità d’esposizione – abbiano condiviso molte predilezioni “ambientali” con quelli italiani. L’Italia popolare a cui entrambi fanno riferimento è in fondo la stessa, con un analogo colore locale che accomuna campagna e città, con contadini, operai, proletari in genere, gli ambulanti, i pezzenti e i bambini per strada, un’Italia che aspirava alla modernizzazione, ma in cui le vecchie tradizioni contavano ancora moltissimo. Anzi, a volere fare i conti con la cronologia, ci si accorgerebbe che gli stranieri sono stati i primi a far vedere la miseria nera in cui erano caduti gli italiani e le macerie della guerra, per una propaganda bellica evidentemente opposta a quella che perseguiva il fascismo. Sono i fotografi al seguito delle truppe alleate che risalgono l’Italia dalla Sicilia verso Roma a diffondere le prime immagini di questo genere, naturalmente vietate dal fascismo; (…) John Huston avrebbe girato un combat film sulla battaglia di S. Pietro Infine, durante l’offensiva per la conquista di Cassino, con il momento in cui ricomincia la vita in paese che in fondo non sarebbe troppo esagerato vedere come una prefigurazione neorealista, con le macerie, i poveri ad arrangiarsi per strada, i bambini spauriti, i vecchi riti religiosi attorno ai quali si stringono i sopravvissuti alla devastazione. (…) Se dunque concepissimo il Neorealismo essenzialmente come rappresentazione ambientale, molta fotografia realizzata da stranieri potrebbe essere considerata neorealista più o meno come quella italiana. (…) E’ evidente che per cercare di suggerire una soluzione a ciò che la considerazione precedente riterrebbe necessario, si debba individuare un’alternativa ai modelli interpretativi oggi prevalenti, in particolare a quello che si è chiamato “ambientale”, definita sulla base di più vasti e precisi riscontri documentali rispetto a quelli presi a riferimento dal precedente modello. Le prime nozioni con le quali si dovrebbero fare i conti nell’elaborare questo nuovo modello sono state in parte già accennate: presupposto sostanziale e strutturale della fotografia del Neorealismo è la condivisione di una funzione di vasta portata sociale che storicamente ha la sua prima e fondamentale radice nelle strategie propagandistiche perseguite dalla politica fascista, in particolare da quelle introdotte nel secondo decennio di dittatura in cui trova organizzazione il nuovo stato totalitario. In linea di massima, questa funzione prevede che la fotografia si proponga di servire a qualcosa che sia di beneficio per tutta la collettività civile nazionale, come possono esserlo l’informare, l’istruire, l’educare socialmente, politicamente, culturalmente. Assumendo questa funzione, la fotografia risulta essere parte integrante di un più complessivo sistema nazionale della comunicazione, elemento fra i più evidenti ed emblematici della contraddittoria, ma comunque intensa modernizzazione che coinvolge l’Italia negli anni compresi fra le due guerre mondiali. (…) Più specificatamente, la fotografia pratica comunicazione visiva, sviluppatasi enormemente nei primi decenni del Novecento; lo fa all’interno di un sottosistema multimediale che, nel segno della comune funzione sociale e della destinazione di massa, ha drasticamente ridotto le distanze fra le arti tradizionali (quelle dette “nobili”, pittura e grafica, scultura, architettura), dedite esplicitamente a finalità di carattere intellettuale ed estetico, e forme che non ritengono tali finalità altrettanto prioritarie, come ad esempio la stampa illustrata, la pubblicità e la “cartellonistica”, l’illustrazione editoriale, il fumetto (“pupazzetti”, li si chiamava nelle loro prime apparizioni italiane) e la vignetta, la cartolina e la figurina, la scenografia e l’architettura effimera in genere, il timbro e il francobollo, la medaglistica, la moda, l’oggettistica. Forme “nobili” e meno nobili si prodigano in maniera ossessiva a diffondere le simbologie del fascismo, facendole entrare prepotentemente nelle ordinarie abitudini degli italiani; la condivisione degli intenti di massima favorisce un tendenziale stato di intermedialità – intendendo per essa il piano complessivo delle interrelazioni, linguistiche in prima analisi, ma conseguentemente anche socio-culturali, che si stabiliscono all’interno di un sistema multimediale - per il quale le estensioni dei rispettivi ambiti di comunicazione risultano privilegiate rispetto alle loro specificità, e dal quale derivano forme ibride che individuano nuovi campi di mediazione fra linguaggio e linguaggio. (…) {mospagebreak title=6} In questo sistema multimediale, come si è già riferito, la fotografia stabilisce però un rapporto di speciale comunanza (la si è chiamata “fratellanza”) con il cinema. E’ una “fratellanza” che non risale solo al fatto che l’uno derivi tecnologicamente dall’altra, o che entrambi condividano la natura meccanica dei rispettivi mezzi. Risale, piuttosto, al ruolo di straordinaria importanza che, a partire dal fascismo e in chiave prevalente di mezzi d’indottrinamento, viene attribuito a cinema e fotografia nello svolgere la funzione di vasta portata sociale precedentemente definita. Un ruolo, quello della “fratellanza” di cinema e fotografia, che viene ufficializzato già nel 1925 con la costituzione dell’Istituto Nazionale L.U.C.E. (L'Unione Cinematografica Educativa), erede di un’omonima società fondata nel 1924 da Mussolini in persona, una delle prime istituzioni statali nel mondo a occuparsi specificatamente della produzione relativa alle due discipline. (…) L’affermazione della comunicazione visiva di massa, così fortemente sostenuta dal fascismo, impone anche agli ambiti più tradizionali della cultura italiana un notevole rinnovamento, mentale prima ancora che generazionale, e il parziale ribaltamento di molti dei valori d’identità a cui avevano fatto riferimento. (..) La creazione del potentissimo Ministero della Cultura Popolare (MinCulPop, 1937) certifica il maggiore interesse del regime per la sfera culturale più ampia e l’intenzione di controllare in maniera pressante la comunicazione di massa, di gran lunga più rilevante delle tradizioni locali nel favorire l’estensione di un consenso che nel volere dei governanti doveva essere sempre più capillare e acritico. Non v’è dubbio che all’interno della “fratellanza” fra cinema e fotografia, istituzionalizzata in modo così esemplare dalla nascita del LUCE, il cinema, che fosse di finzione o documentario, abbia goduto di una considerazione nettamente superiore. (…) In effetti, specialmente dopo l’apparizione del sonoro, il cinema si dimostrò uno strumento propagandistico di impareggiabile efficacia persuasiva e capacità affabulatoria, capace di narrare e dare immagine alle nuove mitologie promosse dal regime, spettacolarizzate attraverso il ricorso a nuove ritualità collettive – l’aggregazione degli spettatori entro ambienti circoscritti, come in fondo facevano i fedeli a messa, ma al buio e in silenzio, sotto il totale soggiogamento della proiezione – la cui suggestione vagamente “sacrale” concorreva non poco a favorire la penetrazione dei messaggi trasmessi. La fotografia non poteva tanto, pur apparendo in grande abbondanza nella stampa illustrata (cresciuta massicciamente con la diffusione della tecnica a rotocalco, ma ancora inevitabilmente rivolta a ceti che erano in prevalenza alfabetizzati), nei manifesti e nelle insegne pubblicitarie, nelle cartoline e nelle figurine, negli allestimenti delle mostre e delle esposizioni, nelle scenografie di manifestazioni pubbliche come l’inaugurazione di Cinecittà. Né la fotografia, come già accennato, era ancora capace di guadagnarsi un credito di attività intellettuale e artistica paragonabile a quello del cinema, evidentemente già solidissimo quando nel 1932 il regime fascista inaugurò a Venezia l’Esposizione Internazionale d’Arte Cinematografica, poi chiamata Mostra, in assoluto il primo festival del genere. (…) Malgrado queste differenze di “peso”, cinema e fotografia rimanevano strettamente accomunati in un compito di essenziale importanza nella propaganda fascista: la rappresentazione, quanto più diretta possibile, della nuova Italia e dei nuovi italiani che il regime voleva fondare. Non si trattava solo di alimentare il culto di Mussolini fino alla saturazione, di dare solenne rappresentazione alle gerarchie politiche, ai riti, alle celebrazioni, alle manifestazioni, alle opere pubbliche e alle attività di assistenza sociale del regime, come diligentemente fanno, abusando della propaganda più retorica e trionfalistica, i cinegiornali e i servizi fotografici prodotti dall’Istituto LUCE. Si trattava, parallelamente a quella scontata liturgia, di mostrare il nuovo volto del Paese che doveva invadere l’immaginario collettivo degli italiani, diverso da quello pittoresco e a sfondo sociale aristocratico-borghese che aveva prevalso nella precedente epoca liberale, istigandoli a riconoscersi in esso. Il fascismo voleva un’Italia popolare che fosse fatta di masse vogliose di riscatto morale e materiale, orgogliose delle proprie tradizioni locali, della propria storia comune, di una razza latina che aveva dominato il mondo con la forza delle armi e della cultura, ma anche proiettate spiritualmente verso una nuova era di progresso che avrebbe replicato i fasti dell’antica Roma, sconfiggendo le piaghe secolari della miseria e dell’ignoranza. (…) Il Realismo non è il modo più semplice e spontaneo di assecondare l’oggettività dei mezzi meccanici di riproduzione visiva, è piuttosto la conseguenza espressiva di una necessità ineludibile per la propaganda fascista, solo apparentemente contraddittoria: bisogna far vedere agli italiani la nuova Italia che è ancora sopraffatta da quella vecchia, in un modo talmente diretto ed evidente che si possano convincere del contrario. (…) {mospagebreak title=7}
In questo sistema multimediale, come si è già riferito, la fotografia stabilisce però un rapporto di speciale comunanza (la si è chiamata “fratellanza”) con il cinema. E’ una “fratellanza” che non risale solo al fatto che l’uno derivi tecnologicamente dall’altra, o che entrambi condividano la natura meccanica dei rispettivi mezzi. Risale, piuttosto, al ruolo di straordinaria importanza che, a partire dal fascismo e in chiave prevalente di mezzi d’indottrinamento, viene attribuito a cinema e fotografia nello svolgere la funzione di vasta portata sociale precedentemente definita. Un ruolo, quello della “fratellanza” di cinema e fotografia, che viene ufficializzato già nel 1925 con la costituzione dell’Istituto Nazionale L.U.C.E. (L'Unione Cinematografica Educativa), erede di un’omonima società fondata nel 1924 da Mussolini in persona, una delle prime istituzioni statali nel mondo a occuparsi specificatamente della produzione relativa alle due discipline. (…) L’affermazione della comunicazione visiva di massa, così fortemente sostenuta dal fascismo, impone anche agli ambiti più tradizionali della cultura italiana un notevole rinnovamento, mentale prima ancora che generazionale, e il parziale ribaltamento di molti dei valori d’identità a cui avevano fatto riferimento. (..) La creazione del potentissimo Ministero della Cultura Popolare (MinCulPop, 1937) certifica il maggiore interesse del regime per la sfera culturale più ampia e l’intenzione di controllare in maniera pressante la comunicazione di massa, di gran lunga più rilevante delle tradizioni locali nel favorire l’estensione di un consenso che nel volere dei governanti doveva essere sempre più capillare e acritico. Non v’è dubbio che all’interno della “fratellanza” fra cinema e fotografia, istituzionalizzata in modo così esemplare dalla nascita del LUCE, il cinema, che fosse di finzione o documentario, abbia goduto di una considerazione nettamente superiore. (…) In effetti, specialmente dopo l’apparizione del sonoro, il cinema si dimostrò uno strumento propagandistico di impareggiabile efficacia persuasiva e capacità affabulatoria, capace di narrare e dare immagine alle nuove mitologie promosse dal regime, spettacolarizzate attraverso il ricorso a nuove ritualità collettive – l’aggregazione degli spettatori entro ambienti circoscritti, come in fondo facevano i fedeli a messa, ma al buio e in silenzio, sotto il totale soggiogamento della proiezione – la cui suggestione vagamente “sacrale” concorreva non poco a favorire la penetrazione dei messaggi trasmessi. La fotografia non poteva tanto, pur apparendo in grande abbondanza nella stampa illustrata (cresciuta massicciamente con la diffusione della tecnica a rotocalco, ma ancora inevitabilmente rivolta a ceti che erano in prevalenza alfabetizzati), nei manifesti e nelle insegne pubblicitarie, nelle cartoline e nelle figurine, negli allestimenti delle mostre e delle esposizioni, nelle scenografie di manifestazioni pubbliche come l’inaugurazione di Cinecittà. Né la fotografia, come già accennato, era ancora capace di guadagnarsi un credito di attività intellettuale e artistica paragonabile a quello del cinema, evidentemente già solidissimo quando nel 1932 il regime fascista inaugurò a Venezia l’Esposizione Internazionale d’Arte Cinematografica, poi chiamata Mostra, in assoluto il primo festival del genere. (…) Malgrado queste differenze di “peso”, cinema e fotografia rimanevano strettamente accomunati in un compito di essenziale importanza nella propaganda fascista: la rappresentazionenon è il modo più semplice e spontaneo di assecondare l’oggettività dei mezzi meccanici di riproduzione visiva, è piuttosto la conseguenza espressiva di una necessità ineludibile per la propaganda fascista, solo apparentemente contraddittoria: bisogna far vedere agli italiani la nuova Italia che è ancora sopraffatta da quella vecchia, in un modo talmente diretto ed evidente che si possano convincere del contrario. (…) Il bisogno di realtà e la verità di rappresentazione, adottati come princìpi anche in ambiti diversi dal cinema e dalla fotografia, sono però armi pericolose, possono ritorcersi facilmente contro coloro che ritengono di poterle tenere sotto controllo. Con gli stessi mezzi si poteva far vedere anche l’Italia largamente prevalente che il fascismo voleva negare, quella povera, arcaica, analfabeta, incurante dei destini promessi agli eredi di Cesare e di Augusto. Quando questi tentativi si verificavano, quando cioè il Realismo provava a emanciparsi dalle necessità della propaganda e veniva ricondotto a un’obiettività più coerente, la censura fascista provvedeva a stroncare sul nascere ogni possibile equivoco. E’ quello che succede, per esempio, a due opere cinematografiche che non rispettano i limiti del Realismo di stato, il documentario Il pianto delle zitelle (G. Pozzi Bellini, 1939), poco pietoso nel mostrare le condizioni dei pellegrini che annualmente partecipavano ai riti del santuario di Vallepietra, e Ossessione (L. Visconti, 1943), colpevole di fornire una visione immorale della sana provincia italiana. Un fotografo d’origine ebraica, Luciano Morpurgo, preferisce tenere nel cassetto le sue documentazioni su Vallepietra, precedenti quelle di Pozzi Bellini e non meno impressionanti di esse, immaginando la fine probabile che avrebbero fatto; un altro, Pasquale De Antoniis, insiste poco sulle sue rappresentazioni delle genti d’Abruzzo, in fondo non troppo lontane da quelle di Morpurgo, preferendo i binari più tranquillizzanti del mestiere fotografico. Già con queste esperienze, il “vero” di soggetto e di rappresentazione diventa lo spartiacque non solo fra diverse concezioni del Realismo, ma anche fra ciò che era concesso e ciò che non lo era. Il Realismo del “vero”, non sottoposto al Realismo di stato, diventa una questione politica, un problema di libertà. (…). Non si dovettero attendere gli esiti più disastrosi e dolorosi della Seconda Guerra Mondiale (1940-1945) perché nell’opinione pubblica italiana si diffondesse la consapevolezza che il progetto fascista della nuova Italia fosse ormai giunto al fallimento. (…) E’ in questo momento che il Realismo dell’immagine si rende disponibile a cambiare direzione e a diventare modalità di rappresentazione di un’altra Italia, quella che socialmente, politicamente e antropologicamente veniva negata dal fascismo. (…) Pur capovolgendo i presupposti politici e ideologici del Realismo fascista, pur non essendo espressione di uno stato totalitario, ma di una classe intellettuale progressista che ambiva a ricoprire un ruolo di riguardo nella rinascita civile, morale e culturale della nuova Italia democratica, le poetiche del Neorealismo non possono rinnegare una sostanziale continuità con la politica dell’immagine d’origine “meccanica” che il regime di Mussolini aveva perseguito. Il passaggio dal Realismo fascista a quello anti-fascista non comporta nessuna intransigente tabula rasa, come l’insistenza nel motivo della “svolta” dal passato più prossimo, fortemente sostenuto dal Neorealismo, avrebbe potuto far immaginare: rimangono invariate molte istanze di fondo, nelle tematiche affrontate come nelle loro forme espressive, prima fra tutte la necessità di rappresentare un Paese reale, finalmente liberato dalla menzogna fascista, con paesaggi veri, campagne vere, città vere, industrie vere, vera gente popolare, anche se in un significato diverso da quello inteso dal fascismo, affinché questa rappresentazione svolgesse una funzione di tipo civile, quando non più esplicitamente politico. (…) Anche il Neorealismo, come il Realismo fascista, si è sforzato di rappresentare un’Italia che potesse diventare per gli italiani motivo di nuova identità, volendo persuadere e facendo prendere coscienza con la forza dell’evidenza, istruendo, coinvolgendo nell’attualità di nuovi e più credibili mutamenti epocali. Da negare c’era sempre un’Italia di cui non si voleva riconoscere la legittimità, prima povera e arretrata, ora vergognosamente coinvolta con i crimini di una dittatura. Ma difficilmente il Neorealismo visuale, per il quale si può comodamente ammettere che la pratica abbia preceduto e mantenuto una sostanziale prevalenza tanto sulla riflessione teorica quanto sul “movimentismo” programmato, determinando in tal modo una serie di manifestazioni autonome l’una dall’altra, variegate, solo parzialmente riconducibili a un’idea omogenea di uno stesso fenomeno, avrebbe potuto mantenere il carattere unitario che comunque gli riconosciamo senza aver battuto una strada che per molti, fondamentali versi era stata già segnata. Si pensi, per ritornare allo Zavattini di Amore in città, alla coscienza dell’intermedialità come condizione permanente del sistema multimediale che accomuna tanti uomini del Neorealismo, inimmaginabile senza il presupposto storico della politica fascista dell’immagine, così lontana dalla settorialità “monomediale” della fotografia di Cavalli e dei circoli amatoriali, arretrata e provinciale se non altro da tale punto di vista. (…)
Aprile 2006 Copyright Giuseppe Pinna |
| Ultimo aggiornamento Martedì 27 Giugno 2006 15:48 |
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Giuseppe Pinna: un importante contributo sul Neorealismo italiano. Perché è ancora così poco e male conosciuto, anche fra i cosiddetti “addetti ai lavori”, il contributo fornito dalla fotografia alla causa di un momento così straordinario per la cultura italiana del Novecento come il Neorealismo? ....