| Edouard Delessert |
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| Scritto da Administrator |
| Sabato 30 Giugno 2007 17:05 |
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Edouard Delessert Per gentile concessione dell'editore Delfino, vi presentiamo il primo capitolo del libro: "Sei settimane nell'isola di Sardegna". ![]() Emilio Caredda - Mauro Rombi, Edouard Delessert - Sei settimane nell'isola di Sardegna, Editore Delfino, Sassari, 2001 CAPITOLO I PORTO - TORRES, SASSARI A bordo del Piemonte - Bocche di Bonifacio - Capo Testa - Isola dell'Asinara - Porto di Porto Torres - Il villaggio - San Gavino - Rovine nei dintorni del villaggio - Strada da Porto Torres a Sassari - Cantoniere - Rovine di un acquedotto - Arrivo a Sassari - Porta di San Antonio - Palazzo Vallombrosa - Curiosità di Sassari. Non sono mai riuscito a dormire veramente bene viaggiando a bordo di qualsiasi tipo di nave, perché durante il sonno, anche spesso e pesante, al quale pervengo dopo aver esaurito nella mia mente, uno dopo l'altro, gli argomenti più soporiferi, mi capita di avvertire tutti i movimenti della nave e di seguire con mortale apprensione lo strepitio delle onde e lo scricchiolio delle strutture di legno. Basta dire che, quando mi trovo su questo maledetto elemento, anche se realmente non soffro, vado tuttavia ad ingrossare il numero di quei passeggeri angosciati che perdono la testa e che si mostrano perplessi con gli amici che hanno la bontà di accompagnarli fino a bordo e che, congedandosi, dicono loro : "Suvvia, arrivederci, mio caro; non soffrirai di certo, il mare sembra un lago." Gli amici saltano su una barca, ritornano a terra...e non ci pensano più. Questa volta veramente il mare rassomigliava proprio ad un lago, e la sera precedente ci eravamo coricati, del tutto tranquilli nelle rispettive cuccette. Il mio racconto incomincia nel momento in cui venne deciso di "stoppare" (parola di derivazione inglese passata nel nostro lessico per significare "fermare") le macchine; all'insopportabile rumore prodotto dagli scatti delle palette delle ruote, accompagnato da vibrazioni nervose, erano subentrati un'immobilità assoluta ed un profondo silenzio interrotto soltanto dallo sciabordio delle placide onde contro le fiancate della nave e dal tramestio di passi precipitati sul ponte. Faceva giorno, ed avevo raccomandato caldamente d'essere svegliato non appena entrati nelle bocche di Bonifacio perché volevo vedere quei dirupi ed ammirare le coste; nell'impossibilità di rendermi conto di quanto accadeva, saltai giù dal letto e sbucai sul ponte, attraverso un'apertura che a bordo veniva chiamata scala, per avere informazioni. Una nebbia opaca impediva ogni visibilità e lo sguardo, all'intorno, non andava oltre una quindicina di passi dal vascello. A poppa del Piemonte(1) - così si chiamava il bastimento - c'era soltanto il timoniere, mentre gli ufficiali, arrampicati sul parapetto, che in mezzo ai vapori fungeva da posto di vedetta, ficcavano gli occhi nel più profondo della nebbia apparentemente in preda alla più via preoccupazione. Il capitano, un uomo che non potrò mai dimenticare a causa del completo color verde-cavolo che indossava; il capitano, dico, alzava le mani al cielo , correva da una parte all'altra del parapetto e, avvicinandosi il cannocchiale ai grossi occhi sporgenti, guardava il bompresso, la macchina o il timone, in stato di visibile, profonda disperazione. Il fatto è, per dirla chiaramente, che nessuno di noi sapeva dove ci trovassimo. Badate bene che non correvamo pericoli di sorta, perché il Piemonte era immobile come un palo, tanto il mare era calmo, e la prospettiva più infausta era quella di toccare dolcemente qualche roccia, scoglio od altro, come accade ad una scialuppa che tocchi terra col moto residuo impressole dai remi, e conseguentemente in modo calcolato. Non potei fare a meno di riandare con la mente, vedendo l'agitazione del povero capitano, al naufragio di Panurgo (2) ed ero già in attesa di sentirlo gridare : "Bè...Bè...Bous...annego!...".Egli ci perdeva la testa. La cosa più semplice da fare sarebbe stata, pertanto, quella di accostarsi a terra con cautela usando lo scandaglio al fine di accertare il pescaggio, ed in seguito dirigersi sul più piccolo degli isolotti che sono disseminati nelle Bocche di Bonifacio; in tal modo ci saremmo riportati immediatamente sulla rotta giusta. Ma, da vero italiano, il capitano color verde-cavolo preferiva invocare la Madonna e lasciarsi andare in balìa delle onde! Le onde si mostrarono assolutamente misericordiose e, difatti, verso le cinque e mezza, il timoniere avvertì il nostro frastornato ufficiale che avevamo appena sfiorato uno scoglio conosciuto, di cui gli fece il nome, e la macchina riprese timidamente la sua marcia. Per giunta apparve, sulla sinistra, una sagoma indistinta di rocciai che sono denominati Ràzzoli e Santa Maria, piccoli isolotti assai noti ai naviganti, e la speranza cominciò a rifiorire a bordo del Piemonte. Verso le sei il sole dissipò la nebbia e alle sette costeggiavamo, a tutto vapore, il Capo Testa. Questo mi parve molto simile, per l'aspetto dei suoi dirupi selvaggi ed inospitali, al Capo Matapan (3), di cui gli antichi avevano una così gran paura che, nei suoi fianchi, avevano collocato l'ingresso agli inferi. Ecco come mi apparve per la prima volta la costa della Sardegna, ma io conserverò a lungo il ricordo della figura raggiante del nostro povero capitano nell'atto di gridare :"Macchina, avanti!" ritenendosi ormai fuori da quel pericolo puerile, che la sua immaginazione aveva peraltro ingigantito. L' errore di rotta tuttavia non ci fece perdere le quattro ore di vantaggio accumulate col bel tempo del giorno innanzi e procedevamo bordeggiando la Gallura con le sue montagne dai fianchi ricoperti di verde, ed i due o tre paesi sparsi sulle coste. Verso le 10, alla nostra destra, cominciò a stagliarsi, nello sfondo del cielo, la bella sagoma di un'isola; grandi rocce bluastre e scure, come sogliono apparire in mare , quando si vedono da lontano, disegnavano all'orizzonte le loro forme vaghe e maestose; è l'isola dell'Asinara (4), alla quale è connesso un titolo nobiliare, abitata soltanto da pochi pastori che vivono in misere capanne. Poco dopo, sulla sinistra, si apre in lontananza una lunga distesa di terreno coltivato e verdeggiante; è la piana antistante Sassari, ed il bompresso del Piemonte puntò dritto verso un piccolo molo di pietre di fronte al quale un modesto faro segnalava la presenza del porto. Dietro il molo ed il faro, gli alberi di alcuni vascelli, nascondevano parzialmente le poche case, peraltro assai modeste, di Porto Torres(5), la porta settentrionale della Sardegna, all'estremità dell'unica strada veramente carrozzabile che solca l'isola (6) e conduce al Sud, a Cagliari. Si sbarca a Porto Torres più o meno agevolmente, a seconda che ci si faccia sentire o no con i battellieri dei quali si diventa arrendevoli vittime, come in tutti i porti del mondo; io voglio dare qui sfogo ad un antico risentimento menzionando il porto di Livorno come il più terribile sotto questo profilo. Una volta sbarcato con i bagagli - e Dio sa se la fotografia me ne aveva procurato in abbondanza! - fu necessario darsi da fare immediatamente per procurare un mezzo di trasporto per Sassari; l'idea di fermarmi a Porto Torres mi sembrò, in quel momento, del tutto impraticabile avuto riguardo alla pochezza del villaggio ed allo squallore delle abitazioni. Tre settimane più tardi me ne sarei pentito amaramente, ed avrei invocato con tutta l'anima una di quelle case. Grazie all'amico che mi accompagnava, ed il cui arrivo era atteso, trovammo una carrozza molto civile, tirata da due focosissimi cavalli neri, e guidata da un cocchiere in cappello a tricorno. Questo automedonte clericale indossava un abito bordato di galloni gialli ricamati, su cui spiccava, su fondo giallo, lo stemma scuro della città di Sassari. . A Porto Torres non ci sono importanti antichità da visitare. Tuttavia ci avviammo verso la chiesa di San Gavino (7), una grande basilica la cui architettura esterna non offre nulla di particolarmente notevole, riferibile per lo stile ornamentale al tredicesimo secolo; all'interno la navata è sostenuta da colonne di un colore superbo, esse sono sormontate da capitelli molto ricchi nei quali si possono osservare due colombe. Una cripta accoglie tuttora antichi sarcofaghi e statue di marmo, peraltro di non grande pregio; infine, davanti alla porta principale c'è un angelo di marmo bianco che funge da acquasantiera, di mediocre fattura, ma di bell'effetto visto dall'esterno ed entrando nel tempio. Nel piazzale di San Gavino, un pozzo sormontato da uno scudo, soddisfa le necessità delle abitazioni che stanno attorno alla chiesa. Dietro la chiesa di San Gavino, procedendo in direzione del mare, si rinvengono in mezzo ad un campo delle rovine di epoca romana in completo stato di degrado (8), per cui mi sembra difficile dire che cosa fossero originariamente. Ma, per certo, l'area sulla quale questa costruzione così malridotta va sbriciolandosi ogni giorno di più, nasconde sicuramente dei tesori; e quali importanti scavi vi si potrebbero eseguire, dato che gli abitanti di Porto Torres, che ci sanno fare, vendono già pietre scolpite, corniole ed altro, nonché medaglie, tutte cose che non vanno certo a cercare molto lontano! Infine, al termine del settore del porto dove si trova il faro ed all'angolo col molo, sorge una grossa torre merlata (9) che conferisce qualche prestigio al panorama molto prosaico del villaggio. Dopo aver portato a termine queste brevi ricognizioni, montammo sulla carrozza sacerdotale: il cocchiere in tricorno sferzò i cavalli dell'Arcivescovo (perché si trattava proprio della vettura dell'arcivescovo di Sassari!) e dopo svariate emozioni causate da paurosi scossoni sulle pietre del cammino, scendemmo verso la strada, lo stradone di Sassari! Non mi ero sbagliato quando dal vapore ero riuscito a distinguere una profonda pianura; solo che io la ritenevo selvaggia, incolta, ricoperta unicamente di vegetazione spontanea : in questo mi sbagliavo, ed é quanto meno doveroso rendere giustizia ai sardi di questi luoghi dove essi si adoperano a lavorare la terra con impegno. I piccoli mammelloni molto regolari, e che si succedono come il moto delle onde, mettevano in mostra belle spighe già grandi, alle quali, però, i raggi del sole non avevano ancora dato il colore della maturazione. Non mancavano, tuttavia, qua e là, tratti del terreno coperti da erbacce e cespugli selvatici; in definitiva non è il caso di rammaricarsene troppo, e si deve riconoscere ai dintorni di Sassari un aspetto veramente fertile. I cavalli dell'arcivescovo andavano a meraviglia e così dopo una mezz'ora ci fermammo davanti ad una casetta isolata, una specie di stazione che segna un terzo del percorso stradale PortoTorres- Sassari. Queste piccole costruzioni vengono chiamate "cantoniere"(10) e sorgono ad intervalli regolari lungo tutta la strada, da Sassari a Cagliari: sulle prime si sarebbe portati a credere che si tratti di "cabarets", per quanto malmessi si possano immaginare, destinati ad alleviare la fatica, la fame e la sete dei viaggiatori; ma commetterebbe tuttavia un errore imperdonabile chi facesse affidamento su questi piccoli edifici per fruire di riposo e cibo. Nel corso del mio viaggio nell'isola ho visto "tutte" le vetture o per meglio dire "le" vetture - poiché non se ne incontravano tante - fermarsi davanti alle cantoniere, quasi come se per la violazione di questa consuetudine fosse comminata la pena di morte; posso dire però di non aver mai visto nessuno uscire da quelle bicocche con un rinfresco. Probabilmente sono io che sbaglio oppure esagero; parlo esclusivamente alla stregua delle mie personali osservazioni e sono disposto a temperare la mia severità a favore del primo viaggiatore che affermerà d'essersi rifocillato o riposato in uno di questi "cabarets". Una volta che i cavalli dell'arcivescovo ebbero ripreso fiato, ripartimmo e, venti minuti dopo la cantoniera, incrociammo, sulla nostra sinistra, i ruderi di un acquedotto romano(11) che certamente andava a finire a Porto Torres, perché proprio vicino a quest'ultima località si trovano dei ruderi analoghi. Poco più oltre, sempre sulla sinistra della strada e su una piccola altura, i miei sguardi sono attratti dalle rovine di un nuraghe (12). Era naturalmente la prima volta che ne vedevo uno, ma devo dire che quei ruderi di una civiltà estinta da gran tempo non produssero in me alcuna emozione perché appartengono ad un tipo di rovine da cui meno si resta affascinati . Con questo non voglio sminuire in alcun modo l'importanza archeologica dei nuraghi sardi, ma penso che questa importanza sia tanto più grande quanto più è incerta, almeno fino ad oggi, la destinazione originaria di tali monumenti. Invano, La Marmora (13), che se ne intende più di qualunque altro, invano tanti altri hanno rovistato ed ispezionato in tutti i sensi queste singolari costruzioni; nessuno è pervenuto a conclusioni soddisfacenti e soprattutto decisive. Forse è bene dire subito qual è l'aspetto esteriore di queste rovine. Immaginate una torre la cui base vada restringendosi man mano verso la sommità e che assuma conseguentemente una forma conica che si arresta però bruscamente (non un solo nuraghe, tuttavia, è stato trovato sufficientemente intatto per avere l'idea di come terminasse, una volta, la sua estremità superiore); oppure pensate ad uno di quei massicci edifici costruiti senza malta, e destinati a sostenere sulle colline i mulini a vento che si trovano dalle nostre parti. Mi si perdoni questo paragone! Orbene, le pietre che compongono i nuraghi sono dei grossi massi molto simili ai blocchi di pietra, a secco, delle costruzioni ciclopiche. I nuraghi però testimoniano di una civiltà più avanzata e la sovrapposizione ingegnosa e regolare dei loro blocchi è la riprova di una superiore abilità nell'arte di costruire. Per quanto attiene l'interno di queste enigmatiche rovine, non posso far di meglio che riportare il brano della notevolissima opera del signor La Marmora, che ne ha dato la seguente descrizione : "Tutti (i nuraghi) hanno una, due e anche tre stanze poste una sopra l'altra, senza contare quelle che si trovano sul medesimo piano; esse variano di dimensione secondo i piani ai quali appartengono; quelle del piano inferiore hanno in genere 5 metri di diametro e 7 di altezza; quelle dei piani superiori diminuiscono pressappoco della metà; la loro base è quasi sempre circolare e raramente ellittica; i blocchi di pietra che li compongono vanno sempre restringendosi man mano che si innalzano, di modo che l'interno prende naturalmente la forma conica o piuttosto quella della metà di un uovo tagliato in senso perpendicolare rispetto al suo asse maggiore. La sommità di questa camera è chiusa da una sola pietra, piatta e sovente spessa, che è collocata nell'ultima base circolare ridotta al minimo diametro possibile; secondo gli isolani, in questo punto, che costituisce la sommità della volta, si deve trovare un largo anello di ferro o di bronzo che abbiamo cercato invano, in più di cinquanta stanze simili, in contrasto con le assicurazioni che ci erano state date; pertanto noi abbiamo motivo di ritenere che questo anello non sia mai esistito, tranne che nell'immaginazione di questi bravi paesani che si saranno trasmessi l'un l'altro un simile convincimento..." Avrei voluto continuare questa citazione riportando l'intero capitolo nel quale l'autore completa la descrizione delle nicchie praticate nei fianchi del nuraghe e che comunicano con l'esterno mediante piccoli lucernai; devo dire però, francamente, che io ho visitato soltanto un numero limitato di nuraghi aventi tutti caratteristiche generali molto simili a quelle descritte nel brano surriferito, al quale mi atterrò perché è quello che fornisce la migliore, seppur sommaria, idea dei nuraghi. Posso soltanto aggiungere che mi sono smarrito in congetture, come tutti gli uomini di buona fede, sulla loro originaria destinazione. Quando ne scorgevo uno sopra un'altura, dicevo fra me: " bene, dev'essere stato un altare innalzato a qualche dio e destinato a ricevere i sacrifici", ma percorse due leghe, eccone un altro, questa volta nel bel mezzo della pianura. Questi malinconici monumenti sono sparsi soprattutto nel Nord dell'isola, con una esasperante irregolarità; si vuole che siano tombe oppure fortezze o monumenti celebrativi o posti di guardia: scegliete voi. Quanto a me, da semplice lettore attento a quel che ne hanno scritto gli altri, non me la sento di trarre conclusioni dalle mie letture perché tutte le opinioni, anche le più disparate, sui motivi per cui sono stati costruiti questi monumenti, possono essere sostenute. Ciò posto, ripeterò, concludendo, che questi ruderi, benché costituiti sempre da grossissimi massi bizzarramente sistemati, non possiedono certo una grande dignità e se non fossimo già a conoscenza del contrasto d'opinione esistente in merito non vi sarebbe ragione di sospettare, scorgendo da lontano un nuraghe, che quest'ultimo possa far incanutire gli archeologi a causa del problema della sua origine. Dopo il nuraghe che sovrasta l'altura nei pressi della seconda cantoniera (o del secondo "cantoniere", perché questi edifici, a mio avviso non meritano un genere), la vettura continuò la sua corsa non più in mezzo a campagne come quelle descritte, ma fra recinzioni di muretti a secco o di siepi vive di cactus, impenetrabili, che chiudevano le proprietà di ecclesiastici o di privati nei dintorni di Sassari; superata una curva ecco apparire la città che domina la zona circostante, ammantata di rosa sotto i raggi del sole al tramonto. Più oltre lasciammo, sul lato destro, magnifici uliveti. Bisogna proprio venire a Sassari per vedere ulivi così belli - a chi appartiene questo uliveto? Chiesi al cocchiere in tricorno e dall'abito gallonato. - Ad un prete. - E quell'altro? - Ad un altro prete - e così via immancabilmente. Questi ulivi, incuranti delle dignità dei loro proprietari, prosperano da secoli in una terra che amano, si spandono in tutte le direzioni e si crogiolano al sole del mezzogiorno protendendo le loro braccia contorte e strane quasi con lussuria; si avverte che essi si trovano a loro agio, che respirano un'aria che é a loro congeniale: sembrano totalmente felici e a malapena, quando il vento - e il vento di Sardegna non scherza - a malapena, dicevo,quando il vento comincia a soffiare, essi si degnano di voltarsi a guardarlo, agitano i rami più alti e sottili, per qualche secondo, per fare come gli altri alberi; e questo é tutto. Il terreno degli uliveti si copre in primavera di graziosi fiori bianchi, azzurri, e rossi, e le tinte tricolori mescolandosi al verde dolce degli alberi formano un quadro pieno di grazia, dei paesaggi che difficilmente è dato ammirare altrove. Di ulivi altrettanto belli ne ho visto solo nell'orto di Getzemani, alle porte di Gerusalemme; ma a Gerusalemme questi veterani, testimoni un tempo di eventi memorabili, sembrano aver perso coscienza della loro bellezza, come quegli uomini che arrivati ad una certa età credono di non essere più tenuti alla cura della propria persona. Nei pressi di Sassari, invece, l'ulivo sembra ostentare tutto il suo orgoglio ed è gonfio di vanità a causa dei suoi rami rigogliosi e dei magnifici frutti. Tutti i giardini degli ecclesiastici sono recintati con muri e chiusi con una porta di legno dipinto, sormontata da una croce ad indicare lo "status" dei loro proprietari. Il divieto d'ingresso, d'altra parte, non é severo perché più di una volta, nei miei spostamenti fotografici intorno a Sassari, vi entrai alla ricerca del punto di prospettiva, senza mai subire rappresaglie a causa di queste intrusioni. Accanto alle foreste di ulivi, che ricoprono la maggior parte dei dintorni della città, siepi di ammirevole, rigogliosa vegetazione protendono le larghe pale coperte di piccoli fichi le cui agguerrite difese scoraggiano qualsiasi proposito di rapina; oppure un palmizio fa ondeggiare i suoi lunghi ed eleganti bastoncini richiamando alla mente, con i suoi movimenti indolenti, quella mollezza così piacevole a chi conosce l'Oriente. Dopo un'ora di strada attraverso questi giardini ci si infila sotto un viale alberato che forma quasi un pergolato e che conduce ad una delle porte di Sassari; una vasta piazza separa questo pergolato dalla porta. La porta di Sant'Antonio(14) - questo é il suo nome - si apre in una massiccia torre quadrata e merlata che risale a data relativamente antica. La sua forma, più esattamente, è ogivale, l'aspetto è imponente, come lo sono in genere i "facsimile" di fortificazioni che hanno nella struttura stessa alcunché di arcigno che esercita una notevole attrazione. Proseguimmo lungo le mura, per entrare in città non dalla porta di sant'Antonio, ma più oltre, da un altro lato; ogni tanto, in mezzo a case mal costruite, ma pulite all'esterno, si elevavano avanzi di mura di cinta, della stessa epoca della porta Sant'Antonio, probabilmente del XIII secolo. Questo cammino di ronda che stiamo percorrendo è discreto, ma quando ci addentriamo in città si comincia a sobbalzare su un selciato abominevole, fatto di ciottoli sistemati, con estrema cura, in senso verticale, in modo da cagionare, io penso, la maggior sofferenza possibile. Mi preme parlare di questo selciato, comune a tutte le città della Sardegna, anche per vendicarmi del cattivo umore in cui spesso mi ha sprofondato. E' come camminare su cuscinetti portaspilli, crudele mortificazione destinata ad aprirci le porte del purgatorio. Le strade della città, ad eccezione di una soltanto, che viene chiamata "La piazza", meritano piuttosto l'appellativo di viuzze, sovrastate come sono da case di due o tre piani al massimo e di misero aspetto. Avrò modo di tornare in seguito sulla piazza. Dopo aver circolato per alcuni minuti in veri e propri budelli, sbucammo in una piazzetta dove sorge la Cattedrale e, cinquanta metri più oltre, la nostra carrozza si fermò alla porta di un alto edificio quadrato, di stile italiano, il palazzo Vallombrosa (15), dove scendemmo ricevendovi durante l'intero soggiorno sassarese la vera ospitalità sarda. A voler essere precisi, il palazzo Vallombrosa rappresenta l'unica notevole residenza di Sassari; ubicato al centro della città, che domina interamente dalla sua terrazza, sovrasta tutte le altre case per la sua gran mole e per l'aspetto veramente principesco. Quanti hanno visitato l'Italia hanno ammirato palazzi come questo, dagli ampi scaloni, dagli atrii colonnati, dalle stanze spaziose e d'una frescura così preziosa malgrado il sole ed il caldo. Il palazzo Vallombrosa è costruito su tale modello; nel cortile interno, circondato per tre lati da un porticato, compreso quello dell'ingresso, vi sono piante di limone, alberi da frutta e cespugli di rose. Una bella cisterna di marmo fornisce l'acqua per le esigenze quotidiane , ed i fiori, che mescolano il loro profumo a quello degli agrumi, sarebbero da soli sufficienti a giustificare l'appellativo di palazzo che si attribuisce alla casa dei Vallombrosa. Fin dal giorno successivo a quello del nostro arrivo, mi misi in strada col mio fido Filippo ed i miei strumenti fotografici, deciso ad approfittare delle minime schiarite del cielo per riprendere qualche veduta; a questo punto é bene che si sappia che una pioggia intermittente mi torturava fin dall'arrivo. Non conosco nulla di più atroce della pioggia, quando viaggio, e francamente ignoro se, in proposito, io goda di qualche privilegio divino; si direbbe, al contrario, che io sia incalzato dagli acquazzoni e questo mio viaggio in Sardegna ne é la riprova. Regolarmente avviene, poi, che ogniqualvolta, all'estero, mi lamento del tempo, mi senta rispondere, come previsto: "Signore, é da sessant'anni almeno che non si vede una stagione simile!". Per farla breve, mi misi in cammino, fin dalle prime luci dell'alba, per esplorare la città e lavorare con il massimo impegno malgrado il vento e le nuvole. Quel giorno soffiava vento di ponente, vento che, stando a quel che mi dicevano, portava sempre il bel tempo; nel mentre tuttavia, scoppiò un temporale che mi costrinse a rientrare dopo appena due ore. I Sardi hanno a loro disposizione una rosa di venti molto nutrita: si tratta della tramontana, del maestrale, del ponente, ecc., ecc.., ciascuno dei quali é accreditato di una sua caratteristica particolare. Per conto mio, però, ne riconosco soltanto una, comune a tutti, quella di portare il maltempo e non di spazzarlo via! A voler parlare seriamente c'é da dire che le piogge ritardate di quest'anno, con mio sommo gaudio, sono cadute proprio durante il mio soggiorno in Sardegna: ed é questo il mio dramma. Aggiungerò soltanto che con il maltempo si diventa eccessivamente severi nel giudicare la bellezza di una città, e per certi miei giudizi chiedo, fin d'ora, che vengano preferibilmente attribuiti alla pioggia, ma d'altra parte non é detto che io abbia sempre ammirato, anzi. Uno dei monumenti di cui i sassaresi vanno maggiormente fieri é la fontana del Rosello.(nota 16). Questa fontana sorge nelle immediate vicinanze della porta omonima, a nord-est della città. Ci si arriva percorrendo una strada in discesa, selciata come le altre: essa costituisce il luogo di convegno di tutti gli asini della città. La fontana é composta da un grande basamento in muratura rivestito di lastre di marmo: i due lati maggiori misurano circa dieci metri di lunghezza, i due minori sei o sette, per un'altezza di otto metri. Tre lati recano un'iscrizione che qui si riporta, la quale ci fa conoscere il nome del costruttore e l'anno di costruzione. Facciata Feliciter regnante potentissimo et invictissimo Hispaniarum et Sardiniae rege Philippo III fami- gerabilis hic jugis aquae.lato destro Fons in meliorem hanc quam conspicis formam, redactus fuit tempore consolatus. lato sinistro De anno MDC et MDCVI Agli angoli del massiccio rettangolo, base della fontana, ci sono quattro statue, di grandezza quasi naturale, che rappresentano le quattro età della vita, ovvero, a scelta, le quattro stagioni; il materiale di cui sono fatte é più pregiato dell'arte che ne ha ispirato l'esecuzione. Sopra il piedistallo, che resta peraltro pesante, si nota un sopralzo più piccolo, rivestito egualmente di marmo e destinato a sostenere la sommità dell'edificio. Questa, invero, é molto strana, essendo costituita da due archi di pietra incrociati, il cui culmine é sovrastato da un microscopico piedistallo sul quale poggia una statua equestre in miniatura, quella di San Gavino che regge in mano uno stendardo. L'accusa che mi si potrà muovere al riguardo é d'aver atteso fino all'ultimo per dire qual'é lo scopo principale del monumento, vale a dire la sua funzione, che é quella di fontana; me ne scuso, facendo osservare che l'acqua ha un ruolo secondario nel Rosello. Infatti dalle dodici teste di leone, ripartite equamente sui quattro lati della fontana, defluisce solo un sottile filo d'acqua. Questa, magnifica per purezza, ma dispersa, così, fra tutte quelle bocche, scorre troppo lentamente. Ma non ci sarebbe il modo di sfruttare meglio il Rosello costruendo una bella vasca al posto degli angusti canaletti destinati a ricevere il liquido? Non si sarebbe potuto dare maggior grazia ai due rettangoli pesantemente sovrapposti e che sembrano sistemati in maniera tale da essere quasi estratti l'uno dall'altro come un cannocchiale? Non si sarebbe potuto collocare quel povero San Gavino su un piedistallo più decoroso dei due archi che riunendosi, in alto, danno alla fontana l'aspetto di un cestinetto fatto con le bucce d'arancia con cui i bambini si intrattengono alla frutta? Malgrado questi difetti, la fontana del Rosello, ambientata in mezzo a magnifici alberi e sovrastata da giardini e rocciai, presenta, vista dalla porta di Rosello, un bel colpo d'occhio. L'incessante animazione di una tribù di asini e di asinai, inoltre, la fa vivere e la rende interessante. Non vi é nulla di più comico di quella folla, misto di uomini e di animali, assettata, che si precipita verso il Rosello alla ricerca dell'acqua corrente, così mal sostituita dal contenuto delle cisterne. Soltanto in questo posto ho visto asini così piccoli. Valery(17), nel suo viaggio in Sardegna ne fa un elogio sperticato. "Questi asini gioviali - dice - vivaci, caracollanti, hanno tutta la nobiltà dell'asino primitivo magnificato dalla Bibbia e che Omero non esita a paragonare ad Aiace..." Se il povero Aiace vivesse ancora non sarebbe certo lusingato nel vedersi paragonato agli asini che vanno a cercare l'acqua del Rosello. In Oriente ci sono asini veramente notevoli; al Cairo sono grandi, vigorosi, hanno un'andatura quasi simile a quella dei cavalli; sono infaticabili e di una testardaggine che il poeta poteva accostare a quella degli eroi! Ma il "molentu"(18) sardo é alto, senza esagerare, quanto un grosso cane di Terranova; ha un pelo lungo come il vello di un montone. Gli si tagliano le orecchie e ciò lo priva di buona parte della sua caratteristica, ed infine, ve lo assicuro, preferirebbe di certo un compito diverso da quello di trasportare due barilotti il cui contenuto deve placare la sete dei sassaresi. Io ho assistito a gustose scenette di testardaggine di cui questi animali danno continuamente notevoli esempi. Ne citerò uno solo che mi ha fatto ridere di cuore. Immaginate uno di questi asini, più villoso di Esaù ed alto sulle gambe come un bassotto: dopo molte difficoltà il proprietario era riuscito a mettergli il carico addosso ed a farlo partire lentamente per percorrere la salita che conduce alla fontana, mentre ne preparava altri due o tre affidati alle sue cure. Il somaro preoccupato di doversi mettere in strada e soprattutto di arrampicarsi per quella ripida salita mal pavimentata ed a tratti coperta anche di gradini piuttosto alti, si fermò a metà strada con i due piedi anteriori su un gradino e i due posteriori sul sottostante selciato, e in questa posizione prese a ragliare nel modo più espressivo. I due barili, mal tenuti da una cinghia troppo allentata, scivolarono sulla groppa ed il loro peso, spezzando l'equilibrio, trascinò il basto, la cinghia e l'asino nel più spaventoso capitombolo in senso perpendicolare, all'indietro; per giunta i barili, anche nella caduta rimasero alla stessa distanza tenendo bloccato lo sventurato somaro là in mezzo, sul dorso, e la povera bestia, dopo qualche sforzo infruttuoso, restò con le quattro gambe per aria, si può ben dire, in paziente attesa di una liberazione che si fece attendere almeno dieci minuti ed alla quale fece seguito una punizione del tutto immeritata. Intento, in quel momento, a prendere una fotografia del Rosello, mi fu impossibile portare soccorso al somaro il cui infortunio non fu commiserato da alcuno degli asinai che, come gli Arabi, badavano, in casi simili, esclusivamente ai loro animali disinteressandosi di quelli dei vicini. Nel rientrare in città dalla porta del Rosello, non si tarda ad attraversare la strada principale di Sassari, di cui ho già parlato, la "piazza"(19), luogo d'incontro abituale delle persone eleganti della città e , nello stesso tempo, terreno di corsa. Questa strada che facendo eccezione alla regola generale é pavimentata, come le città italiane, con piastrelle di pietra, si presenta in ripidissima discesa. Come ho detto, qui si svolgono le corse dei cavalli. I cavallerizzi si radunano nella parte alta della strada e scendono, ventre a terra, fin giù, dove arrivano sani e salvi, senza che capitino incidenti: guai, infatti, se non fosse così, perché un incidente, su un terreno simile, diverrebbe mortale. Negozi scarsamente forniti addobbano i due lati della strada ed esaltano in sommo grado l'amor proprio dei sassaresi, gelosissimi , del resto, della loro città e per la qual cosa io mi congratulo sinceramente con loro. Detesto infatti la gente di provincia o gli stranieri che disprezzano la loro città o la terra natale dicendovi per esempio: "noi non possiamo mostrarvi delle rarità come a Parigi" oppure " voi altri parigini" e cose simili. Mi fa piacere che si ami il proprio paese e che non ci si trovi nulla cui lo si possa paragonare e questo sentimento a Sassari é notevolmente sviluppato. A questo proposito mi ricordo di un buon uomo, peraltro piuttosto sempliciotto, amministratore del duca di Vallombrosa, il quale, mentre consumavamo una cena, passabilissima per quanto non esente da censure, ci domandò: "Cose del genere, voi a Parigi, non ne mangiate, non é vero?". Avrei voluto rispondergli: "Oh, certamente no!", senza fornire ulteriori chiarimenti e lo avrei potuto fare perché egli certamente non avrebbe colto il senso ironico delle mie parole. I sassaresi, dunque, passeggiano la sera con molta fierezza lungo la piazza e vanno a prendere il caffè in un locale posto all'estremità superiore della strada, dove, nella stessa occasione, acquistano anche i giornali italiani, spesso di vecchia data, di tutti i colori, ed i sorbetti alla neve. Ritengo doveroso, però, mettere sull'avviso i viaggiatori che visiteranno Sassari dopo di me, che per procurarsi questo tipo di rinfresco é necessario che essi si rechino nel locale molto per tempo se non vogliono rinunciare a tale delizia perché la scorta giornaliera si esaurisce regolarmente prima delle otto di sera. La cattedrale di Sassari (20) é quasi contigua al palazzo Vallombrosa, e ciò mi ha consentito di fotografarla molto da vicino, dalla terrazza del palazzo, appunto. Si tratta di una grande costruzione, scadente sotto il profilo architettonico, privo di navate laterali, col campanile posteriore. Ha una facciata di pessimo gusto. La parte superiore di questa é costituita da una centina, tutta decorata con motivi goffamente sovrabbondanti, di pretto stile italiano. Sotto la centina, che una volta, a quanto mi é stato detto, era sormontata da una statua in piedi che costituiva la sommità dell'edificio, la facciata della chiesa si divide in tre nicchie: quella di destra racchiude un corpulento arcivescovo in mitra e pastorale; quella centrale un signore con gli stivali alla cavallerizza ed una specie di gonnellino a scaglie, circondato da molte maschere di amorini paffuti, orribili; infine, quella di sinistra contiene una statua di un vescovo simile alla prima, statua che stringe una palma nella mano destra. I medaglioni che sormontano le tre nicchie sono riccamente scolpiti, ma di gusto esecrabile: in quello centrale, una Madonna col Bambin Gesù non fa dimenticare le due grottesche statue al lato. Il portale, formato da tre archetti ed il cui ingresso principale é arricchito dallo stemma della città, rassomiglia a tutti i portali di questo mondo. Un architrave, sorretto da una serie di piccoli elementi decorativi di nessun pregio, domina la facciata e non appartiene ad alcuno degli stili riconosciuti; questa facciata, infine, vista nel suo insieme, rassomiglia molto a quegli oggetti di legno scolpito o di cuoio lavorato a sbalzo che da noi si usano come bomboniere. Chi vorrà entrare nel monumento avrà modo di vedere, certamente con piacere, le reliquie di San Gavino, un santo che in tutta la zona gode di una grande considerazione; io ho già descritto la basilica che a Porto Torres porta il suo nome. Questa é l'attuale cattedrale di Sassari che presenta molti punti in comune con la chiesa di San Juan de Dios e con altre ancora di Siviglia e che ricorda lo stile decorativo spagnolo. Vi prego di non volermene per la mia opinione, ma non apprezzo nell'architettura religiosa l'eccessiva ricchezza degli accessori. Se ora anziché dalla porta di nord-est si esce da Sassari dal lato di nord-ovest, si trova subito una grande costruzione quadrata assai brutta: é la caserma dalla quale conviene allontanarsi alla svelta quando, come nel mio caso, non si viaggia per studiare i soldati; tuttavia é bene aver cura di spegnere il sigaro passando davanti alla sentinella, ad evitare che questo brav'uomo vi minacci pene severissime. Ci si immette quindi in una lunga strada alberata che conduce al convento di San Pietro (21): l'approssimarsi al monastero é avvertito in anticipo dalla vista di uno stuolo di frati, grossi e piccoli, che si scaldano al sole mentre recitano il breviario. San Pietro non offre grande interesse ad eccezione della cappella dove si trovano le tombe della famiglia Manca, una delle più antiche della Sardegna. Sopra una di queste tombe sorge una statua di marmo(22), inginocchiata; appartiene ad un Manca, ha le mani giunte ed un portamento nobile. Proseguendo si trovano, dietro il convento, i giardini di San Pietro, di proprietà del duca di Vallombrosa. Si tratta certamente dei più bei giardini di Sassari; gli aranci vi crescono con profonde radici, al centro ulivi e rose, nello sfondo una robusta struttura in muratura sostiene tre piante di mirto di dimensioni colossali. Questi mirti famosi occupano, da soli, una superficie di almeno quindici metri quadrati. Non é facile immaginare in che modo questi alberi carichi di anni allunghino in tutte le direzioni i loro rami aggrovigliati; essi formano un pergolato inestricabile che il sole con vani sforzi tenta di penetrare; i loro tronchi, inoltre, suddivisi in molteplici rami rigonfi e contorti sembrano sfigurati a causa della tarda età e stanchi di una vita così lungamente vissuta. Purtroppo non é possibile ammirare agevolmente questi alberi secolari a causa della dabbenaggine di chi ha fatto costruire i muretti che li sostengono; ed é un vero peccato perché sarebbe possibile goderne con maggior profitto la bellezza, se al posto delle pietre fossero stati impiegati sostegni fatti con materiale migliore e più sottile e se per sorreggere i rami, senza schiacciarli, fosse stato adoperato, con criterio ed opportunamente celato fra i rami stessi, del fil di ferro. Con un pò di fantasia e con taluni accorgimenti si potrebbero trasformare i giardini di San Pietro in un vero paradiso terrestre; basterebbe estirpare le erbacce che in un giardino stonano, irrobustire gli aranci poco sviluppati e che non chiedono di meglio che crescere, sfrondare gli alberi che hanno le chiome troppo folte e che non lasciano passare i raggi del sole; si dovrebbe, infine aver cura del giardino, senza bisogno d'altro. Penso queste cose mentre fotografo un vasto boschetto di fichi d'India che cresce in mezzo agli ulivi della tenuta e non posso esimermi dall'immaginare quali e quanti miglioramenti sarebbe possibile realizzare in località come queste, rimaste in uno stato incomprensibile di barbarie malgrado la vicinanza ad altri paesi progrediti. Dalle mie riflessioni ho tratto alcune conclusioni che esporrò a suo tempo. E con ciò ho finito di parlare di Sassari, o meglio non aggiungerò altro, perché se dovessi descrivere l'Arcivescovado dovrei descrivere un edificio anonimo, sormontato da uno scudo che serve unicamente a contraddistinguere le sue proprietà; dovrei parimenti spendere poche righe per dire della biblioteca nella quale sono soprattutto i libri che si fanno desiderare; per l'esattezza vi si trovano delle opere di teologia. Gli appassionati della materia sono avvertiti. Per quanto riguarda l'aspetto, in generale, delle strade, ricordo un pittoresco connubio di Europa e di Oriente. Un tempo orribile mi aveva consentito di oltrepassare solo di poco le porte cittadine, e durante gli intervalli di sereno mi dedicai esclusivamente alle fotografie. Una mattina, essendosi sostituito un sole accettabile alle nuvole, decidemmo di tentare un'escursione nei dintorni. Fine I capitolo NOTE n I - Nave a vapore della Società di navigazione "Rubattino" di Genova. Di questo bastimento e del "Lombardo" ( che lo stesso Autore avrà modo di ammirare alcune settimane dopo nel porto di Cagliari, all'atto della partenza anticipata di un componente della comitiva) si impadronirono, con la benevola acquiescenza della proprietà, sei anni dopo, i Garibaldini per trasferire in Sicilia i leggendari mille. n. 2 - Celebre personaggio del romanzo Gargantua e Pantagruel di François Rabelais (1494 - 1553). E' la figura di un lestofante spiritoso, intelligente ed anche dotto, ma vizioso e maligno. Il suo nome deriva dal greco "Panurgos : che fa tutto" , in senso specialmente cattivo. Ricorda in certo modo lo studente universitario parigino del tipo del celebre poeta- galeotto François Villon. Giustificava il furto considerandolo un mero prestito per curare la peggiore delle malattie : la mancanza di denaro. Famosa la vendetta prontamente esercitata nei confronti di un mercante di ovini che durante un viaggio per mare l'aveva schernito. Acquisto infatti da lui un montone che gettò poi in acqua provocando così l'annegamento dell'intero gregge che per imitazione aveva seguito il montone stesso. Nel pericolo( in mare, durante una tempesta) rivelò tutta la sua pusillanimità in contrasto col comportamento eroico dell'amico Fra' Giovanni. n 3 - E' il capo più meridionale della Grecia, nel Peloponneso. Le acque di questo "Caput malae spei" furono teatro, il 28 marzo 1941, durante la seconda guerra mondiale, di uno sfortunato scontro navale, conclusosi nottetempo, tra una formazione italiana, forte di ben 22 unità, diretta verso il mar Egeo per intercettarvi convogli inglesi diretti in Grecia, ed una squadra britannica proveniente da Alessandria d'Egitto. Da parte italiana si lamentò l'affondamento degli incrociatori pesanti Pola, Zara e Fiume e dei cacciatorpedinieri Alfieri e Carducci, nonchè il danneggiamento della corazzata Vittorio Veneto. Nell'immediato dopoguerra, nel quadro delle aspre recriminazioni per la disfatta del nostro Paese, anche il doloroso rovescio di Capo Matapan venne, da certi ambienti, attribuito al tradimento perpetrato da alti ufficiali del nostro Ammiragliato. Recentemente però, venuti meno molti segreti militari, è rimasto accertato che nella vicenda ebbero un ruolo determinante i Servizi della Intelligence britannica che disponevano della sofisticatissima macchina "ULTRA", la quale captò e decrittò i radio-messaggi trasmessi il 25 ed il 26 marzo dal comando italiano di "Supermarina" al nostro comando navale di Rodi, per informarlo che l'operazione predisposta contro i convogli inglesi avrebbe avuto luogo nell'Egeo occidentale il successivo giorno 28. Gli inglesi ebbero pertanto il tempo necessario per tendere alla nostra flotta una trappola che, anche con lo sfavorevole concorso del caso, determinò l'infausto evento. n 4 - Isola prevalentemente montuosa presso la costa nord-ovest della Sardegna, con una superficie di circa 52 chilometri quadrati, totalmente priva di nuraghi. Fa parte del Comune di Porto Torres. Anticamente era nota come "insula Hercolis" ed anche "Insinuaria" a causadel notevole frastagliamento delle coste. C'è tuttavia chi fa derivare il nome dal gran numero di asinelli selvatici, molti dei quali albini, che si trovavano una volta nell'isola. Nel medioevo i frati Camaldolesi vi eressero un monastero. Nell'aprile 1785, il re di Sardegna Vittorio Amedeo III, accogliendo la richiesta di Don Antonio Manca - Amat, marchese di Mores, concesse al medesimo, dietro il pagamento di 70.000 lire piemontesi, l'isola in feudo, con il titolo di duca dell'Asinara, trasmissibile anche alle donne. Un nipote, ex filio, del citato capostipite, Giovanni Maria, ottenne dal re Vittorio Emanuele I di poter sostituire il titolo "dell'Asinara" con quello di "Vallombrosa" ( che è una località dell'isola stessa). I successori, tuttavia, tornarono poi al titolo originario. Nel 1838, dopo la soppressione dei feudi, l'isola tornò allo Stato chel'anno seguente vi istituì una stazione sanitaria internazionale per le quarantene. Durante la prima guerra mondiale vi furono internati moltissimi soldati serbi (tratti in salvo dalla Marina italiana dopo il crollo militare della Serbia, occupata dagli Austriaci) che vi morirono a migliaia perché ammalati di tifo petecchiale. Nel 1896 venne istituita nell'isola una vasta colonia penale agricola ancora efficiente ed i pochi abitanti d'origine ligure e corsa vennero trasferiti in Sardegna. Una diramazione della colonia, quella di Fornelli, è stata trasformata in carcere speciale di massima sicurezza e deve la sua sinistra notorietà al fatto d'aver ospitato i più pericolosi terroristi dei cosiddetti anni di piombo (1970-80). Attualmente fa parte del Parco Nazionale dell'Asinara. n.5) Fu probabilmente uno scalo commerciale punico, come si potrebbe dedurre dal nome Turris Lybisonis che la città ebbe in epoca successiva. Fu l'unica colonia romana in Sardegna prima del 27 a.C., ed ebbe l'appellativo di Colonia Iulia. Si ritiene trattarsi di Colonia di Cesare; non di veterani, ma di proletari provenienti da Roma o dalla penisola. I cittadini di Turris Lybisonis vennero iscritti ad una tribù urbana, la Collina, cui in genere venivano iscritti i cittadini di umile condizione. Nell'età imperiale ebbe rango di municipio romano. Divenne la seconda città della Sardegna, sede nel III e IV secolo del "Praeses provinciae Sardiniae". Decadde con il venir meno della potenza navale di Roma e a partire dal V secolo subì l'assalto dei Vandali e quindi dei Saraceni, con il conseguente trasferimento (VIII sec.) della popolazione e delle istituzioni nell'interno. n.6) Il progetto della "Strada reale, venne redatto da un gruppo di tecnici diretto dall'ingegnere piemontese Giovanni Antonio Carbonazzi, giunto in Sardegna nel 1821. La strada prese successivamente il nome, che conserva tuttora, di Carlo Felice, dal re che realizzò quel progetto. La costruzione ebbe inizio nell'autunno del 1822 e venne affidata ad un'impresa piemontese. Nell'aprile dello stesso anno, il viceré, marchese di Yenne, fece elevare in Piazza S.Carlo (l'attuale piazza Yenne) una colonna miliare che segnava l'inizio della strada. Questa aveva la lunghezza di 235 Km e la larghezza di 7 metri. I lavori di costruzione si protrassero, praticamente, per circa nove anni, con cicli operativi concentrati fra i mesi di febbraio e giugno per evitare i rigori invernali ed il caldo afoso dell'estate, che comportava anche il rischio, per le maestranze, di contrarre la malaria. Il regio decreto 13-4-1830, concernente il servizio stradale del regno, così la definisce :"La strada reale, l'unica della sua classe, è quella che attraversando tutta l'isola nella sua lunghezza, e passando per la città di Oristano, si estende dalla capitale alla città di Sassari, e da questa immette a Porto Torres". Essa seguiva sostanzialmente l'antica strada romana che congiungeva Karalis a Turris Lybisonis. n.7) - Fu eretta nella seconda metà dell'XI secolo da maestranze pisane ed in seguito trasformata secondo temi lombardi. Secondo la tradizione, il santo, cui la basilica è dedicata, sarebbe stato un soldato romano - Gabinius - convertito al cristianesimo dall'insegnamento di Proto e Gianuario: tutti e tre furono vittime della persecuzione di Adriano. n.8) - La zona archeologica di Porto Torres è nei pressi dell'attuale stazione ferroviaria. Si notano i resti di un reticolo viario e di numerose abitazioni. Dopo il passaggio a livello della strada per Stintino vi sono le imponenti rovine di cui si parla nel testo e che si riferiscono ad un edificio termale della fine del I secolo d.C.. A questo complesso archeologico la tradizione ha dato il nome di Palazzo di Re Barbaro (che non ha nulla a che fare, però, con il feroce preside Barbaro che sarebbe stato inviato in Sardegna per perseguitare i Cristiani, fra cui San Gavino.) Nei pressi dei suddetti ruderi esistono ancora tracce dell'acquedotto che alimentava la colonia partendo dalla valletta dell'Eba Giara, in territorio di Sassari. L'acquedotto seguiva il tracciato della Carlo Felice. n.9) - Torre trecentesca eretta dagli aragonesi contro le incursioni Saracene. n.10) - L'editto regio 30/4/1830 disciplinava la manutenzione delle strade reali e provinciali cui doveva provvedere il Corpo dei Cantonieri. Trattasi di un corpo armato che aveva in dotazione non solo gli stumenti di lavoro, ma anche fucili e sciabole. Oltre alla manutenzione stradale, i cantonieri dovevano prestare assistenza, senza pretendere alcun compenso, alle persone in pericolo. Il citato editto prevedeva anche case di ricovero (cantoniere) numerate, con attorno un tratto di terreno seminativo in uso ai cantonieri. Il servizio subì varie interruzioni per motivi economici. n. 11) - La valletta di cui alla nota n° 8, dov'erano le sorgenti che alimentavano l'acquedotto di Porto Torres. n .12) - Tito Livio riferisce che la resistenza dei Sardi alla penetrazione romana era organizzata su torri. Non pare dubbia la destinazione militare dei nuraghi perchè vi si notano gli accorgimenti atti alla difesa ( feritoie per saettare, porta d'ingresso bassa e stretta e difesa da celle garitte, voluta mancanza, in molti esemplari, di scale fisse per contrastare più efficacemente dall'alto gli agressori, e terrazza terminale con prospetto). n.13) - Alberto Ferrero, marchese di Lamarmora (Torino 1789 - 1863), fece i suoi studi presso la scuola di Fontainebleau e poi servì' nell'esercito napoleonico. Nel 1809 passò nell'esercito del regno d'Italia, sotto il viceré Eugenio Beauharnais e, dopo la restaurazione dei Savoia, nell'esercito piemontese. Si trovò implicato nei moti del 1821 e, date le tendenze liberali, simpatizzò con gli insorti. A causa di ciò venne sospeso per tre anni dal servizio e mandato al confino in Sardegna ove rimase anche successivamente quando fu richiamato in servizio ed addetto allo stato maggiore del viceré dell'isola. Dopo l'armistizio di Salasco, nel 1849, fu nominato comandante generale della Sardegna e, nel 1860, Senatore. Sue opere insigni furono la costruzione della Carta della Sardegna e lo studio sulle condizioni fisiche e geologiche dell'isola ("Voyage en Sardaigne", pubblicato nel 1826.) Nel 1860 pubblicò l' "Itineraire de l'ile de Sardaigne". n. 14) - Questa porta trecentesca, posta a nord-ovest, era la più importante delle 5 porte cittadine (Utzeri, Nuova, Castello, Rosello). Dopo il triofale ingresso in città, nel 1806, del re Vittorio Emanuele I, ci fu il tentativo, fallito, di cambiarne il nome in "Porta Regia". Venne abbattuta, per esigenze urbanistiche, nel 1866. Nell'anno successivo venne abbattuto anche il trecentesco castello aragonese. n. 15) - Venne costruito fra il 17775 ed il 1806, in forme del settecento piemontese, da don Antonio Manca-Amat, marchese di Mores e poi duca dell'Asinara (vedi nota n°4). E' stato il primo edificio, in Sardegna, di palazzo isolato costruito nell'area di vecchie casupole demolite. E' noto come "Palazzo ducale" ed è ora sede del Comune. n. 16) Venne eretta in forme tardo rinascimentali, fra il 1600 ed il 1606, sotto il regno di Filippo III di Spagna, da marmorari genovesi. A questo monumento, che è stato sempre l'orgoglio ed il simbolo poetico della città, dedicarono versi appassionati Gerolamo Araolla, Antioco Del Arca e Giuseppe Delitala (il primo in logudorese e gli altri due in lingua castigliana). iscrizione facciata Regnando l'assai potente ed invitto Filippo III re di Spagna e di Sardegna questa celebre fonte d'acqua perenne lato destro Venne ricondotta alle più degne forme che ammiri al tempo del consolato lato sinistro Negli anni 1600 e 1606 n. 17) A.C.Valery, bibliotecario del re dei palazzi di Versailles e di Trianon, fece un viaggio in Sardegna nella primavera del 1837. Egli visitò anche la Corsica e l'isola d'Elba: alla Sardegna dedicò il secondo volume dei suoi resoconti. n. 18) La dizione esatta è "molenti" che deriva dal participio presente del verbo latino moleo (macinare). E' il somaro addetto alla macina. n.19) Era l'arteria principale della città, snodantesi da Porta Castello a Porta sant'Antonio, l'attuale Corso Vittorio Emanuele. Era la strada più larga e trae il nome dal latino "Platea" che significa strada ampia ed anche piazza. n.20) Della originaria costruzione del XIII secolo resta solo la parte inferiore del campanile.Venne costruita fra il 1480 e il 1505 nello stile gotico - aragonese. Subì lavori di ristrutturazione interna fino al 1723 : la facciata in stile barocco coloniale spagnolo fu terminata nel 1705. n.21) La chiesa di S.Pietro di Silki venne costruita nel XIII sec. in forme romaniche. Successivamente rimaneggiata, conserva della costruzione originaria il campanile. Fu in origine la chiesa dei nobili. Il convento, dei frati minori, è famoso per il rinvenimento dei condaghi (i libri del monastero) ora custoditi nel Museo Sanna della città. n 22) La statua marmorea del defunto inginocchiato, a grandezza naturale, vestito da guerriero, alla moda spagnola dell'epoca, è quella di Giacomo Manca cui era stata dedicata dalla moglie, donna Isabella di Castelvì. |
| Ultimo aggiornamento Sabato 30 Giugno 2007 17:11 |
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